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Siria: l’ennesimo conflitto turco-curdo e il voltafaccia dei Paesi occidentali

L’invasione decisa da Erdogan rischia di destabilizzare ulteriormente la regione medio-orientale, mentre l’Unione Europea conferma i limiti della sua influenza geopolitica

 di Pietro Quercia

Dopo poche ore dall’apparente via libera del Presidente Trump via Twitter, la Turchia ha iniziato l’invasione del nord-est della Siria, patria della comunità curdo-siriana. Le truppe del presidente Recep Tayyip Erdogan, appoggiate da forze dell’Esercito Siriano Libero, oppositori del regime di Damasco, hanno attraversato il confine puntando alle città di Tell Abiad e Ras al-Ayn, a poche decine di chilometri da Kobane, teatro qualche anno fa di uno dei più intensi scontri della guerra civile.

Anche se non è la prima volta che la Turchia interviene sul campo di battaglia da quando è iniziata la guerra civile siriana nel 2011, mai come ora l’obiettivo è la distruzione delle forze armate indipendenti curde, e non più i terroristi dello Stato Islamico. Ankara, infatti, considera il Partito dell’Unione Democratica curdo e il suo braccio armato, le Milizie curde di protezione popolare, terroristi che minacciano la sicurezza della Turchia.

Nonostante le tensioni siano in corso da decenni – il gruppo terroristico del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è responsabile di decine di attacchi nel Paese – l’escalation di Erdogan sembra più connessa alla situazione interna del paese.

L’obiettivo dichiarato dell’incursione turca sarebbe quello di creare un corridoio sicuro (libero dai curdi) di 30 km di larghezza per poter permettere ai milioni di profughi siriani in territorio turco di tornare a casa. Secondo Erdogan almeno 2 dei 3,6 milioni di rifugiati potrebbero fare ritorno nel loro paese di origine, anche se ovviamente non nelle loro città.

Tuttavia, la perdurante crisi economica turca e il crollo dei consensi del partito di Erdogan sembrano essere motivi più plausibili per giustificare l’azione militare. Se da una parte il “Sultano” spera di riacquistare consenso rallying around the flag dopo che il suo Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) ha perso nell’ultimo anno il controllo di Istanbul, Ankara e Smirne, difficilmente un impegno militare potrà giovare all’economia turca.  Una vittoria lampo del secondo esercito più numeroso della Nato potrebbe rinsaldare la posizione di Erdogan sull’opinione pubblica, ma potrebbe anche portare ad ulteriore instabilità nella regione e ad eventuali sanzioni economiche internazionali.

Le reazioni all’attacco infatti sono state più dure di quanto Erdogan forse immaginasse. Lo stesso Trump, se da una parte ha permesso l’escalation ritirando alcune delle truppe americane che facevano da cuscinetto tra curdi e turchi, dall’altra ha minacciato di “distruggere” l’economia turca qualora Erdogan non si comporti in modo “umanitario”. E sempre a Washington stanno montando pressioni sia da parte repubblicana sia democratica per preparare delle dure sanzioni economiche verso alcune figure chiave del governo di Erdogan. I curdi infatti sono ancora visti da molti come alleati strategici degli Stati Uniti, soprattutto in chiave anti-Assad e anti-Isis, e l’improvviso voltafaccia viene considerato come un pericolo anche per gli interessi americani nella regione.

In tutto questo l’Unione Europea si ritrova impreparata e al limite dell’ininfluenza politica. Come immediate sono state le condanne da parte delle cancellerie europee, altrettanto è stata la reazione di Erdogan che ha subito affermato «Se proverete a definire questa operazione militare una “invasione”, apriremo le porte e vi manderemo 3,6 milioni di rifugiati». D’altro canto la UE ha pagato oltre 6 miliardi di euro alla Turchia per trattenere i profughi siriani sul proprio territorio e non farli arrivare in Europa, esponendosi così al ricatto di Erdogan.

Oltre a nuovi flussi migratori, spaventa molto anche il rischio di fuga di migliaia di combattenti del sedicente Stato Islamico catturati negli ultimi anni dalle forze curde e ora prigionieri nelle zone in cui infuriano i combattimenti. Si rischia infatti di rinvigorire le ormai sconfitte forze dell’Isis o di risvegliare le cellule dormienti sparse per il mondo.

Gli scenari futuri sono incerti: molto dipenderà dai risultati dei primi giorni di guerra e dalla reazione americana. Erdogan non può permettersi né economicamente né politicamente una lunga guerra di posizionamento, rischiando di farsi terra bruciata tra i suoi alleati americani ed europei, ormai sempre più diffidenti.

Se la realkpolitik trumpiana è perlomeno coerente con le sue promesse elettorali e con il trend americano di disimpegno dal Medio Oriente, tuttavia è da interrogarsi sul ruolo dell’Europa. Troppo spesso è stato delegato il “lavoro sporco” agli Stati Uniti, rinunciando per mancanza di risorse e di volontà politica ad un’autonomia in termini di sicurezza internazionale che oramai è evidente.

Confidando che le pressioni internazionali abbiano qualche seguito, l’unica via percorribile per ora sembra essere quella di un cessate il fuoco e dell’apertura di un tavolo di negoziazione sotto l’egida dell’Onu, che possa concedere qualcosa ad Erdogan in modo da farlo desistere dai combattimenti, preservando però i diritti delle popolazioni curde.

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