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Sessione di bilancio al via, ma la Lega ha ancora in mano 11 Commissioni. Scacco matto?

Stando ai regolamenti di Camera e Senato, i Presidenti di Commissione non possono essere rinnovati prima che sia decorso un biennio dalla loro designazione. L’imminente arrivo della manovra preoccupa non poco il nuovo Esecutivo, tuttavia aspettare la prossima primavera potrebbe non essere l’unica soluzione…

di Ester Catucci

In seguito dell’apertura della crisi di Governo dell’8 agosto, la maggioranza è cambiata ma nulla, apparentemente, si può fare per la presidenza delle Commissioni permanenti per la quale non è previsto rinnovo, stando a quanto previsto da i regolamenti parlamentari, a meno che non siano trascorsi due anni dall’inizio della legislatura per il Senato e “dalla data della loro costituzione” per la Camera.

Un problema non di poco conto se si considera che i Presidenti hanno un ruolo tutt’altro che neutrale (valutano l’ammissibilità degli emendamenti, convocano le sedute, avviano le discussioni in sede referente) e che diverse Commissioni strategiche ed importanti sono dirette da esponenti della Lega.

Quello che preoccupa maggiormente, al momento, è l’imminente esame della legge di bilancio, un provvedimento chiave per qualsiasi esecutivo ma che, nel caso specifico, potrebbe rivelarsi un vero e proprio campo minato sul quale l’ex contraente potrebbe riversare rancori politici non ancora sopiti. Infatti, alla Camera, la presidenza della Commissione Bilancio che, come di consueto, si occuperà di esaminare gli emendamenti e valutare le coperture, è attribuita proprio all’economista Claudio Borghi, fedelissimo di Matteo Salvini mentre, al Senato, il Carroccio guida la Commissione Finanze con un altro noto economista: Alberto Bagnai.

Insomma, come in una partita a scacchi, dopo diverse pedine sacrificate, arriva un momento in cui sul tavolo da gioco rimangono pochi pezzi all’avversario che rappresentano, però, anche quelli più pericolosi. Se ben usati, infatti, potrebbero determinare lo scacco matto, cioè una situazione in cui “il re” (nel nostro caso e fuor di metafora, la nuova maggioranza) è posto sotto attacco e non ha alcun modo di potersi riparare.

Tuttavia, se da regolamento non c’è una soluzione a questa condizione, uno spiraglio sembra essere stato aperto da un noto ordinario di diritto pubblico, il professor Salvatore Currieri, che in un recente articolo, afferma “Di fronte ad un Presidente di Commissione che utilizzasse strumentalmente i suoi poteri per ostacolare l’attuazione dell’indirizzo politico di maggioranza, questa ultima potrebbe sollecitare un intervento del Presidente di Assemblea, pena l’abbandono dei lavori della Commissione con conseguente paralisi dell’intera attività parlamentare. Dinanzi a tale scenario, se il Presidente di Assemblea ritenesse il comportamento del Presidente di Commissione non improntato a leale collaborazione, potrebbe intervenire, quale supremo garante del buon andamento dei lavori parlamentari (artt. 8 reg. Camera e Senato), non, come detto, per revocarlo prima del termine previsto, a causa della sua appartenenza politica, ma per sciogliere l’intera Commissione a causa del suo mancato funzionamento con contestuale nomina di una nuova che eleggerebbe un nuovo Presidente, al fine di consentirle di svolgere le funzioni costituzionalmente previste (art. 72 Cost.).”

Il precedente a cui Currieri attinge è il ‘caso’ di Riccardo Villari (membro del Pd, allora all’opposizione) eletto, nel 2008, alla guida della Vigilanza Rai come Presidente di garanzia, solo grazie al voto di ‘franchi tiratori’ e di alcuni esponenti della maggioranza di centrodestra. L’allora segretario dem, Walter Veltroni, fece di tutto per farlo dimettere ma lui mantenne ben stretto il ruolo per alcuni mesi, fino a che i Presidenti di Camera e Senato non sciolsero la Commissione.

In definitiva, spetterà a queste due figure istituzionali dirimere la questione? Stando alle affermazioni del costituzionalista, sembrerebbe di sì.  Infatti, nel caso in cui l’impasse dovesse effettivamente verificarsi, sarà necessaria un’interpretazione dei regolamenti vigenti a tutela dell’azione politica e dunque della forza stessa del nuovo Esecutivo, andando ben oltre la semplice regola scritta.