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Salario minimo per legge: dubbi da Confindustria

Audizione alla Camera. Gli industriali preferiscono la contrattazione collettiva

di Alberto Giusti

Non piace a Confindustria il salario minimo stabilito per legge. Lo si capisce fin dall’inizio dell’audizione di ieri alla Camera, in cui la confederazione era rappresentata da Massimo Marchetti, il quale ha risposto ai temi posti dalle risoluzioni dei commissari della Lavoro: ben cinque, a coprire quasi tutto lo spettro parlamentare. Da sinistra a destra, hanno presentato infatti un documento sul tema  Giovanna Martelli per Mdp, Chiara Gribaudo per il Pd, Marco Baldassarre per il Gruppo Misto, Claudio Cominardi per l’M5S e Walter Rizzetto per Fdi. Posizioni diverse, ma convergenti su un punto: in Italia il salario minimo legale manca ma servirebbe, in particolare per quei settori non coperti da contrattazione collettiva.

E proprio dalla contrattazione collettiva parte Confindustria, ricordando che da oltre 70 anni essa svolge la funzione di regolare i rapporti fra lavoratori e datori di lavoro in Italia, individuando allo stesso tempo le retribuzioni minime. La giurisprudenza, a sua volta, è intervenuta spesso consolidando il valore dei contratti collettivi come standard di riferimento per i salari minimi.

Secondo Marchetti, il dibattito sul salario minimo si è riacceso con la recente fase di crisi, durante la quale alcuni studi hanno portato a evidenziare come una fascia consistente di lavoratori non sia in realtà coperta dalla contrattazione collettiva (i dati più recenti indicano in tale condizione circa il 13% dei lavoratori subordinati, pari a due milioni di persone, in maggioranza nei settori del turismo, dell’agricoltura e dell’edilizia). Confindustria si stupisce in realtà di questo dato, ricordando le decine e decine di Contratti collettivi nazionali di lavoro (CCLN) presenti in Italia, di cui l’organizzazione è firmataria in almeno 60 settori. L’esponente dell’associazione ha aggiunto che lo strumento dei voucher forse poneva una minima regolazione per coloro che sono esclusi dai contratti collettivi, ma la sua nuova forma ne ha resa molto difficile l’utilizzo.

In ogni caso, i dubbi maggiori sollevati da Confindustria sono di natura tecnica: vista la variabilità nei vari Paesi in cui è presente il salario minimo, Massimo Marchetti ritiene estremamente complessa una regolazione del tema da parte del Governo, sottolineando la difficoltà del bilanciamento fra l’adottare un livello né troppo basso né troppo alto, e che sia inoltre funzionale alle diverse condizioni di molte aree del Paese e dei vari settori che verrebbero interessati dalla misura.

I tecnici della Confederazione industriale ne approfittano invece per sottolineare l’importanza, dal loro punto di vista, di proseguire nella riforma della contrattazione collettiva. Valutando positivamente i cambiamenti introdotti dal Jobs Act, rimarcano la necessità di valorizzare maggiormente la contrattazione aziendale, anche per riuscire a rispondere alle esigenze di aumento dei salari laddove avvengano miglioramenti della produttività.

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