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Riforma intercettazioni: il “Grande Orecchio” è sempre più hi-tech

Con l’approvazione dell’ultimo DL sul tema si delinea la nuova disciplina relativa ai trojan, microspie iniettate direttamente nei telefoni degli indagati per carpirne i segreti più reconditi. Basterà rispondere a una mail o cliccare su un messaggio WhatsApp per aprire i propri segreti agli inquirenti. Scoppiano le polemiche

di Alessandro Alongi

Con il voto finale della Camera dei deputati sul c.d. “decreto intercettazioni” martedì scorso (licenziato solo grazie al voto di fiducia, analogamente a quanto avvenuto a Palazzo Madama) c’è grande attesa per l’entrata in vigore delle nuove disposizioni in materia di ascolto e registrazioni delle conversazioni telefoniche ed ambientali.

Il provvedimento varato a Montecitorio si inserisce quale ultimo tassello nel delicato mosaico della materia, più volte rimaneggiata dal decreto “Spazzacorrotti” che ne ha riscritto in parte le disposizioni, e dopo ancora le prime norme dettate dalla c.d. “Riforma Orlando” e condensate nel D.Lgs. n. 216/2017.

Lungo un interminabile percorso ad ostacoli, il codice di procedura penale si prepara così ad includere tra i suoi articoli la parte più innovativa della nuova disciplina, ovvero le intercettazioni di conversazioni (telefoniche ed ambientali) captate direttamente dai telefonini dei soggetti sottoposti ad indagine, attraverso appositi “virus” informatici introdotti negli smartphone dalle forze di polizia.

Finiti dunque i tempi delle vecchie intercettazioni ambientali, con poliziotti e carabinieri accucciati dentro anonimi furgoni posteggiati fuori dalle abitazioni degli indagati, o vecchie centrali di ascolto con nastri magnetici pronti a registrare minuto per minuto ogni spiffero che fuoriusciva dalle case dei presunti rei. La tecnologia cambia anche il modo di condurre le indagini, mandando in soffitta i vecchi (e costosi) metodi di ascolto: il futuro è già arrivato, ed è affidato ai cavalli di Troia hi-tech.

Proprio come il famigerato stratagemma ideato da Ulisse, grazie ai “trojan hourse” sarà finalmente possibile per magistratura e forze dell’ordine utilizzare una rivoluzionaria tecnologia informatica capace di introdursi direttamente all’interno dei telefonini degli indagati e impadronirsi del dispositivo. Cimici innovative capaci – una volta istallati negli smartphonedi impossessarsi di tutte le informazioni contenute negli apparati e riversarle sul tavolo degli inquirenti.

Queste nuove spie informatiche sono in grado, infatti, di intercettare non solo le conversazioni telefoniche del soggetto interessato, ma tutto quello che vive all’interno del telefono: messaggi WhatsApp, foto, mail, numeri in rubrica, pagine web visitate, potendo anche attivare da remoto la telecamera e il microfono dell’apparato, così da raccogliere anche immagini e conversazioni “dal vivo”, sino al pedinamento «virtuale» dell’indagato (tramite il sistema GPS).

Ma la confusione regna sovrana. Con le nuove norme in dirittura d’arrivo si definisce finalmente una cornice regolamentare all’uso dei «virus di Stato», ponendo fine ad una lacuna normativa che aveva destato parecchie perplessità in passato. L’uso dei trojan, infatti, avevano suscitato un aspro dibattito in giurisprudenza per via della loro invasività nella vita degli indagati. Essendo ormai i telefoni cellullari intimamente connessi con le nostre vite, essi sono in grado di captare parole, suoni e immagini ovunque, in maniera indiscriminata, non potendo operare le dovute distinzioni tra sfere di vita pubblica (parchi, bar e piazze, ove le intercettazioni non mostrano profili critici) e ambienti di vita privata (tipicamente la dimora dell’indagato, dove qui, contrariamente all’aria aperta, la libertà di domicilio trova una tutela specifica nell’art. 14 della Costituzione).

Il problema di fondo, quindi, è che i trojan, una volta attivi sui telefoni, risultano sempre in funzione, captando quando succede negli ambienti esterni ma anche quando indagato e smartphone entrano tra le mura domestiche, in aperto contrasto con le tutele accordate a chiunque nella propria privata abitazione. In questo caso l’intercettazione – e quindi la violazione del domicilio – è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che nell’abitazione si stia consumando un’attività criminosa, cosa impossibile da conoscere a priori durante una captazione per mezzo di trojan.

Le polemiche, però, non sembrano destinate a placarsi: accanto a chi loda tali strumenti (fosse solo per i risparmi dei contribuenti, oggi chiamati a pagare in intercettazioni qualcosa come 169 milioni di euro), dall’altra parte crescono le preoccupazioni di chi sottolinea come la gestione degli ascolti interamente devoluta a società private non sembrerebbe garantire la riservatezza dei device sottoposti ad indagine. Nel dubbio, forse, vale il vecchio adagio “Taci, il nemico ti ascolta”. E ti sorveglia anche.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.