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Renzi e le alleanze: il sentiero stretto del centrosinistra

Dopo i ballottaggi, si è riaperto il dibattito. Tra insofferenze e contrasti reciproci, il dialogo è l’unica strada per vincere le Politiche

di Andrea Spuntarelli

I risultati deludenti ottenuti dal Pd nei ballottaggi delle Amministrative hanno riportato al centro del dibattito politico Matteo Renzi e il suo modo di esercitare la leadership del principale partito progressista del Paese.

Negli ultimi giorni, infatti, si sono succedute dichiarazioni e interviste dei principali esponenti del centrosinistra di ieri e di oggi: dai “padri nobili” Romano Prodi (assai chiaro nell’annunciare la fine del suo proposito di essere la “colla” di una futura coalizione) e Walter Veltroni, fino ad arrivare agli attuali ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando. Prese di posizione, tutte dirette nella stessa direzione: mettere in risalto l’autoreferenzialità del Partito Democratico renziano ed evidenziare l’avvenuta rottura dei rapporti tra i dem e una parte del loro elettorato tradizionale. Dalla visione dei dirigenti che si sono alternati sulle prime pagine dei quotidiani emerge un Pd, quello di Renzi, isolato e destinato a soccombere alle prossime elezioni Politiche se non saprà ricucire e stringere accordi a sinistra.

Come prevedibile, gli esponenti più vicini all’ex premier (su tutti, Luca Lotti e Matteo Orfini) hanno finora rispedito al mittente ogni riflessione sulla necessità di un cambio di linea del Partito, ricordando come le primarie del 30 aprile abbiano rilegittimato pienamente l’attuale segretario e sostenendo che il riemergere delle polemiche interne non avrebbe, in realtà, altro obiettivo che indurre Matteo Renzi a rinunciare alla corsa per Palazzo Chigi. A detta dei renziani, la pretestuosità degli appelli in favore di un ritorno ad alleanze di centrosinistra sarebbe resa evidente dalla proporzionalità delle leggi elettorali in vigore, le quali renderebbero impossibile la formazione di coalizioni sul modello dell’Ulivo.

Al di là delle ragioni delle singole parti in causa, per avere un quadro più chiaro della difficile situazione in cui si trova il Partito Democratico sarebbe bene tenere presenti alcune dinamiche.

In primis, non si può non considerare che Renzi agisce sulla scena politica come se ricoprisse ancora il ruolo di Sindaco votato direttamente dai cittadini. In termini più espliciti, l’ex premier non è e non è mai stato incline alla mediazione né attento agli equilibri di corrente perché, durante i propri mandati da primo cittadino e da segretario, ha sempre ritenuto di dover rendere conto solo agli elettori. Di conseguenza, da parte sua un cambio di strategia potrebbe verificarsi soltanto se credesse che i circa 1,2 milioni di militanti dem che lo hanno scelto come leader gli stiano voltando le spalle. Certamente, non saranno i dibattiti tra dirigenti di partito a indurlo a inversioni di rotta.

Specularmente, va rimarcato che in una fascia rilevante del mondo progressista si è sviluppata un’insofferenza pressoché cronica nei confronti dell’ex primo cittadino di Firenze, che solo in ultima istanza si è tradotta nella scissione di Articolo 1-Mdp. I quasi tre anni trascorsi da Matteo Renzi alla guida del Governo hanno lasciato delle ferite in alcuni ambienti (su tutti, si pensi alla Cgil) un tempo organici al Partito Democratico, e che adesso sembra abbiano scelto di rifugiarsi nell’astensione finché le cose non cambieranno. In alcuni casi, il “ritorno” dopo la sconfitta del referendum del 4 dicembre ha addirittura radicalizzato l’opposizione da sinistra al leader dem. Di fronte a una diffidenza di simile portata, dunque, il rischio è che un’eventuale alleanza con l’ex presidente del Consiglio alla guida sia comunque destinata a fallire.

A fronte di tutto ciò, è pertanto ai limiti dell’irreale pensare a una rinuncia di Renzi alla candidatura a premier in favore di una riconciliazione tra le varie sinistre, così come rappresenta un’illusione ritenere che basti una campagna elettorale condita da qualche appello al voto utile per riportare il Pd alla vittoria, magari con le percentuali delle Europee del 2014. La realtà è che, per il centrosinistra, i problemi da affrontare nei prossimi mesi saranno tanti e di non facile soluzione, e che saranno necessarie umiltà e obiettività nei giudizi per aprire qualsiasi forma di dialogo tra Partito Democratico, Campo Progressista, Mdp e le altre forze dello schieramento. Nel weekend che sta per aprirsi si terranno sia l’Assemblea dei circoli dem che la manifestazione convocata, nella romana piazza Santi Apostoli, da Giuliano Pisapia (con l’adesione di Pierluigi Bersani) per lanciare un nuovo progetto di stampo ulivista. Se l’obiettivo comune è realmente quello di battere nelle urne centrodestra e Movimento 5 Stelle, per gli esponenti in questione non c’è alternativa ad andarsi incontro a vicenda.

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli, è nato a Roma nel 1988. Giornalista, laureato in Scienze Politiche e della Comunicazione (Triennale) e in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica (Magistrale) presso la Luiss Guido Carli di Roma, dal 2014 lavora in Adl Consulting, dove attualmente ricopre il ruolo di Senior Policy Analyst. Scrive per LabParlamento fin dalla registrazione del sito come testata giornalistica. Dopo essere stato Assistente del Direttore responsabile, è ora Project manager del nostro giornale.
Andrea Spuntarelli