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“Il reddito di inclusione? Un buon inizio, ma non combatte la povertà”

Photo credits: Panorama

Pesano mercato del lavoro ingessato e crescita debole. Reddito cittadinanza M5S troppo costoso. Il prof. Massimo Baldini (Università di Modena e Reggio Emilia) commenta i dati Istat

di Valentina Magri

“Il reddito di inclusione sociale è un buon inizio, è fondamentale che il Governo lo abbia varato, seppure con molto ritardo rispetto alle necessità del Paese. Però non combatte la povertà: occorrerebbero più fondi per riuscirci”. Così Massimo Baldini, professore Associato di Scienza delle Finanze all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e Membro del Capp, Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche, del Dipartimento di Economia Politica. LabParlamento lo ha sentito all’indomani dei dati sulla povertà in Italia relativi al 2016 diffusi giovedi dall’Istat.

L’Istat ha diffuso gli ultimi dati sulla povertà in Italia…

“Attestano che la povertà assoluta purtroppo è rimasta invariata ai livelli massimi negli ultimi 10 anni. La causa è la crisi economica non ancora conclusa. Il Pil è cresciuto negli ultimi anni, ma lentamente e con tassi non sufficienti per ridurre drasticamente la povertà. Servirebbe una maggiore crescita, per cui avremmo un miglioramento del mercato lavoro e quindi un recupero del reddito delle famiglie, soprattutto le più giovani, il cui livello di povertà è aumentato più che tra le famiglie più anziane”.

I dati ci dicono che oltre che i giovani, la povertà colpisce soprattutto le famiglie il cui capofamiglia è operaio. Il problema della povertà è dunque un riflesso di un mercato del lavoro in difficoltà?

“La causa principale della povertà è proprio un mercato del lavoro che non funziona, pertanto la misura principale contro la povertà è lo stimolo alla crescita dell’economia italiana, che è debole o inesistente. Il problema maggiore della nostra economia è la mancata crescita della produttività, per cui se l’economia mondiale va bene, compensa le nostre mancanze e l’Italia cresce a ruota, ma poi in tempi di crisi tutti i nodi vengono al pettine, come è accaduto negli ultimi anni. Molte famiglie di operai sono povere perché il salario è molto basso, i figli sono numerosi o perché manca un secondo reddito. A livello familiare,  avere  due fonti di redditi da lavoro è  la migliore difesa possibile contro la povertà”.

Il provvedimento di sostegno all’inclusione attiva del Governo potrebbe alleviare il problema?

“Sicuramente sì. È da decenni che ci lamentiamo che l’Italia è l’unico paese europeo insieme alla Grecia in cui manca un reddito minimo contro la povertà. È fondamentale averlo introdotto nel novembre 2016, attraverso un provvedimento come il sostegno all’inclusione attiva. Il Governo è stato prudente nell’introdurlo per timori legati all’eccesso di domanda da parte di alcune tipologie familiari, al lavoro nero e all’evasione fiscale. Le risorse stanziate non sono ancora sufficienti: l’anno prossimo, quando entrerà in vigore il reddito di inclusione ci sarà disponibile 1 miliardo e 800 milioni di euro. Tuttavia, non servirà a combattere la povertà: per riuscirci, occorrerebbe una misura dell’ordine di 5-7 miliardi. Resta il fatto che il reddito di inclusione in Italia è sicuramente un buon inizio, anche perché si sta creando un’organizzazione che coinvolge comuni, centri per l’impiego e terzo settore, il che è fondamentale. Speriamo si prosegua su questa strada, altrimenti la riforma rischia di restare a metà, non essendo universale per tutte e famiglie”.

Cosa ne pensa della proposta del reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle?

“Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S sarebbe un sussidio molto generoso, più a contrasto della povertà relativa che di quella assoluta. La sua maggiore criticità è l’enorme costo, oltre al fatto che le risorse per coprirlo non sono chiare: questa misura costerebbe 20 miliardi di euro e il taglio degli sprechi e delle auto blu non è sufficiente a finanziarla. Non si possono erogare assegni di 1500-2000 euro alle famiglie composte da 3-4 persone, a cuor leggero: si rischia di creare dipendenza delle famiglie verso questo reddito, considerato anche che molti nuclei familiari potenziali beneficiari hanno già un reddito da lavoro, però è basso e/o hanno numerosi familiari a carico.  Non si può quindi imporre a una famiglia di accettare offerte di lavoro quando in questa famiglia ci sono già persone che lavorano. Più che il reddito da cittadinanza, se fossi al Governo aumenterei gli stanziamenti per il reddito di inclusione, offrirei maggiori servizi per favorire l’offerta di lavoro femminile e introdurrei un sussidio per i minori, vista  la forte correlazione tra povertà e numero di figli per famiglia”.