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Reddito di cittadinanza: i pro e i contro visti da Svimez. L’intervista a Luca Bianchi

LUCA BIANCHI DIRETTORE SVIMEZ

“Circa 2/3 delle risorse andrebbero al Sud. Una manovra in deficit non è un male in assoluto se si indirizzano risorse verso gli investimenti. È meno efficace se è impostata verso altri obiettivi”

di Stefano Bruni

Partiamo dalle considerazioni più semplici. E’ una buona cosa introdurre il reddito di cittadinanza nel nostro Paese?

Non è un’idea sbagliata, ma certamente ha bisogno di alcuni correttivi per essere efficace. In linea generale, noi pensiamo che l’obiettivo primario da perseguire è quello di combattere, nel Mezzogiorno, ma anche nel resto del Paese, la povertà assoluta. Per fare questo, ci vuole certamente una quota monetaria come il reddito di cittadinanza, ma vicino a questa bisogna prevedere tutta una serie di altri servizi (scuole, libri di testo, trasporti, sanità) garantiti alle fasce più deboli del Paese. Nel nostro ultimo rapporto ne abbiamo ampiamente parlato rilevando le importanti carenze che si registrano al Sud sotto questo punto di vista. Per dirla in breve, noi della Svimez riteniamo che prioritariamente sia necessario assicurare anche al Sud il godimento dei “diritti di cittadinanza” che hanno i cittadini del Centro Nord.

Prima faceva cenno ad alcuni correttivi da apportare al reddito di cittadinanza. Quali?

Devo fare una piccola premessa e cioè che le nostre proiezioni, le nostre ipotesi e proposte sono costruite sulla base delle informazioni oggi disponibili. Potrebbero quindi non essere valide se il Governo decidesse di cambiare “le carte in tavola”. Ragionando però con i dati attuali, quello che abbiamo rilevato è che con le risorse ora previste e con la platea di riferimento individuata, il reddito di cittadinanza non si riesce ad erogare. Mi spiego meglio. 8 miliardi di € (le risorse previste per il reddito di cittadinanza) per un volume di circa 2,3 milioni di famiglie in situazione di povertà (quelle cioè con Isee compreso tra 0 e 9.000 €) consentono di riconoscere circa 178 € ad una famiglia con un unico componente e circa 490 € se i componenti della famiglia sono cinque o più. Come si può fare ad arrivare ai famosi 780 € quindi? Ci sono due strade: portare lo stanziamento previsto da 8 a 17 miliardi oppure ridurre il numero di famiglie individuando solo quelle in povertà assoluta (quelle cioè con un Isee compreso tra 0 e 6.000 €). Nel primo caso una famiglia con un solo componente avrebbe in media 510 €, quella con due componenti 769 € e così via. La media sarebbe addirittura di 950 € a famiglia. Nel secondo caso, invece, i destinatari sarebbero meno (circa 1,8 mln di famiglie in povertà assoluta, con Isee compreso tra 0 e 6.000 €) e gli importi crescerebbero (255 € per famiglia monocomponente, 712 € per famiglia con 5 e più membri).

Ma se dovessimo fare un identikit del percettore (ipotetico) del Reddito di cittadinanza, cosa verrebbe fuori?

Al momento i dati e le informazioni non sono ancora sufficienti per un’analisi così dettagliata. Sappiamo però che circa 2/3 delle risorse andrebbero al Sud, anche a chi lavora ma percepisce basse retribuzioni, i cosiddetti working poor. Anche qui noi proponiamo qualche correttivo per rendere più efficace il futuro provvedimento. Attualmente il reddito di cittadinanza prevede che colui che lavora e percepisce meno di 780 € al mese ha diritto ad una integrazione al proprio stipendio fino al limite appunto di 780 €. Quindi se io sono un lavoratore che percepisce 400 € al mese, avrò una integrazione di circa 380 € al mese.

E secondo lei, se io senza lavorare ottengo lo stesso stipendio mensile che percepisco lavorando, cosa farò..?! All’estero non funziona così. Sono infatti previsti dei meccanismi premiali per il percettore del sussidio che lavora che gli consentono di accrescere il contributo a lui riservato. Andrebbe previsto un sistema del genere anche da noi.

Il reddito di cittadinanza è stato presentato da sempre come uno strumento per stimolare i consumi interni e, dunque, per dare una spinta al “sistema” in generale. È veramente così?

Si. Secondo le nostre stime ci sarà un impatto dei consumi che farà crescere il Pil dello 0,3% nel Sud Italia e dello 0,2% nel Centro – Nord. L’effetto c’è dunque, ma molto ridotto rispetto alle risorse impiegate. Se lo stesso “sforzo economico” fosse stato destinato alla spesa per investimenti, il “moltiplicatore” avrebbe funzionato meglio.

In questi giorni c’è stata la “bocciatura” dell’Ue rispetto alla manovra presentata dal Governo. Certamente è un problema in più da affrontare, ma magari può essere anche una opportunità per fare qualche aggiustamento. Che ne pensa?

Penso che è un problema da affrontare con attenzione per vari motivi. Come dicevo, fare una manovra in deficit non è un male in assoluto. Può essere una cosa buona se si indirizzano risorse verso gli investimenti. È meno efficace se è impostata verso altri obiettivi. L’altro problema è il famoso spread. Secondo una nostra stima, se nel 2019 lo spread si attesterà ad un livello medio di 300, gli effetti espansivi della manovra saranno azzerati soprattutto perchè le banche saranno un po’ più “rigide” con le imprese e con i cittadini. Infine, tra i possibili interventi previsti in caso di procedura di infrazione c’è anche la riduzione dei fondi strutturali. Sarebbe un problema per l’Italia, lo sarebbe soprattutto per il Mezzogiorno cui sono destinate la gran parte di queste risorse.