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Rapporto Censis: italiani ‘ostaggio’ dell’incertezza

La crisi, il venir meno dell’ascensore sociale, la mancanza di aspettative nei riguardi della politica e nel pubblico spingono alla ricerca di ‘muretti a secco’ per difendersi. Ci si aggrappa all’uomo forte al comando e addirittura all’Unione europea

di Stefano Bruni

Piastre di sostegno” strutturali e “muretti a secco” innalzati non per combattere l’acqua alta di Venezia, ma per cercare di arginare il declino e provare a reagire.

Benchè sempre più sfiduciati e messi alla prova, gli italiani non mollano però.

Almeno così dice l’annuale rapporto del Censis che descrive il nostro Paese, analizzato dal punto di vista sociale ed economico.

Non manca quindi il “furore di vivere”, ma resistere e reagire non è sempre facile.

Si ritrovano un po’ persi e “incerti” i nostri connazionali, soprattutto perché il vecchio e caro sistema di welfare pubblico è ormai in crisi di sostenibilità finanziaria.

Tutti ne sono consapevoli, tutti hanno capito che bisogna fare da sé, ma questa cosa spaventa e, appunto, rende incerti. In tanti cercano un rifugio nell’icona dell’uomo forte al comando.

Altri cercano di capire cosa possono fare, ma spesso si è ancora più incerti e spaventati visto che il sogno della ‘scalata sociale’ di qualche anno fa è oggi sempre più una chimera.

Il 69% degli italiani è convinto infatti che la mobilità sociale è bloccata. E se il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

E allora dove ci si può “aggrappare”? Solo ai “punti fermi”, dal punto di vista economico, della nostra Penisola.

Anzitutto alla dimensione manifatturiera e al comparto industriale, che per ampie fasce della popolazione possiedono ancora la capacità di innovare.

Del resto, alcune aree del nostro territorio non sono affatto in declino, anzi, come dice lo stesso rapporto vantano “un tasso di crescita del Prodotto interno lordo e dei consumi paragonabili alle migliori Regioni europee”.

E’ il caso del nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

Fra i punti di riferimento degli italiani, poi, c’è anche la rinnovata fiducia per l’Unione Europea: oggi il 62% dei nostri connazionali è convinto che non bisogna uscire dall’Ue. Nella lista dei muretti a secco gli italiani inseriscono poi elementi innovativi, come l’attenzione ai cambiamenti climatici, che da un lato favorisce la partecipazione sociale e dall’altro contribuisce a lanciare forme di economia innovative come l’economia circolare.

Ma se alcuni capisaldi rimangono tali, altri sono in declino.

La fiducia riposta da sempre dagli italiani nel mattone, nei titoli di Stato e nella liquidità è oggi in crisi.

Dal 2011, infatti, la ricchezza immobiliare delle famiglie è scesa del 12,6% in termini reali e mentre il 61% dei nostri connazionali dichiara di non essere più interessato a comprare Bot.

Siamo ai titoli di coda quindi? Assolutamente no. La “resilienza” italiana è il vero e grande punto di forza, è il motore che spinge a continuare a sperare in un futuro migliore e in una buona qualità della vita. Ed ecco spiegato come nel 2018 si siano spesi 71,5 miliardi di euro per attività ricreative e culturali e come negli ultimi anni siano aumentati del 19,7% coloro che fanno volontariato, del 31,1% chi visita monumenti o siti archeologici, del 14% chi frequenta musei.

E la politica in questo scenario, cosa fa, come è percepita?

Pare che in pochi ne parlino abitualmente (il 19%), ma il 42% degli italiani è interessato alle cronache della politica nazionale. Ne sono attratti, più di quanto ne siano dallo sport (29%).

Hanno a cuore le sorti del Paese? No, semplicemente perché la politica è considerata come una fiction ed è seguita quindi solo in modo molto circoscritto come dimostrano  i dati degli ultimi anni sull’astensione dal voto.

I politici, dice il Censis, monopolizzano i talk show parlando di immigrazione e criminalità (che interessano rispettivamente solo al 22% e al 9% degli italiani). Nessuno risponde ai problemi veri percepiti dagli italiani, primo fra tutti quello del lavoro, della disoccupazione, ma anche quelli dell’invecchiamento della popolazione e della burocrazia.

Di conseguenza, circa la metà degli italiani (il 47%) pensa che “ha ancora chance di raccogliere il giusto consenso il politico che pensa al futuro e alle giovani generazioni, piuttosto che esclusivamente al consenso elettorale (3%)“.

Ma l’Italia ripartirà solo se lo “scatto di reni” lo darà l’intero sistema Paese.

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni