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Quell’istinto innato di mettere sottosopra i fatti e raccontarli da un’altra angolatura

Il benvenuto ai lettori del nuovo direttore di LabParlamento Daniele Piccinin

di Daniele Piccinin

Qualche giorno fa un alto dirigente di un’azienda pubblica mi ha suggerito di convertire il mio mestiere passando dalla comunicazione standard a quella, stile 155 caratteri, dei social. “La comunicazione e il giornalismo in genere, così come l’hai vissuto ed esercitato, è finito, devi comunicare senza filtri con gli utenti”, ha sentenziato, invitandomi a fare un corso da social media manager, perché il giornalista oggi è un mestiere autoreferenziale in via di estinzione. Devo ammettere che mi sono sentito punto nell’orgoglio ma ho un istinto che mi accompagna dalla nascita ed è quello di mettere sistematicamente sottosopra tutto ciò che incontro alla ricerca di quel lato mai visto nelle cose. Un istinto a volte fine a se stesso, che alimenta dubbi più che accendere certezze, che porta a mettere sempre in discussione tutto ciò che non si riesce a verificare con mano, ma che dobbiamo necessariamente lasciarci scivolare addosso perché pensiero, riflessione, analisi e dibattito, nell’epoca della post comunicazione e della post verità sono superati, come direbbe l’amico professionista. Di fronte non abbiamo lettori, ma potenziali clienti da orientare in chissà quale fascia di mercato, perché questa ormai è la comunicazione del futuro.

Uno scenario che le pagine che ospitano le mie parole, il quotidiano LabParlamento che da oggi ho l’onore di dirigere, ha messo e mette ogni giorno sottosopra, fermando con una mano la trottola impazzita della comunicazione per sottoporre ad una lente di analisi e approfondimento tutte quelle notizie che spesso ci passano sotto il naso, immersi e sommersi come siamo tutto il giorno da like, tweet e selfie scanditi dalla vita di politici e influencer vari che in pochi secondi sono in grado di cambiare le agende dei governi e spesso con un drink in mano decidere le sorti di una Nazione.

Se la sfida odierna è fare il nostro mestiere per offrire ai lettori “una narrazione dei fatti da un’altra angolatura”, come ha scritto in un suo editoriale l’amico e direttore uscente, Simone Santucci, LabParlamento può già dire di averla vinta e ce lo ricordano tutti i giorni i tanti lettori e addetti ai lavori che seguono i nostri pezzi cogliendone lo spirito di analisi e approfondimento che fa di questa testata un laboratorio pensante capace di costruirsi uno spazio di credibilità nell’oceano di siti web che spacciano fake news per analisi, perché l’obiettivo, come direbbe il dirigente di cui sopra, è fare click, costi quel che costi.

LabParlamento non ha bisogno di cambiare pelle, rinnovarsi non è e non sarà una nostra ossessione, piuttosto abbiamo il dovere di proseguire nel solco intrapreso in questi anni, durante i quali abbiamo messo sottosopra tutte le sfaccettature nascoste nelle veline riguardanti macro temi come gli esteri, le crisi economiche e sociali delle grandi potenze mondiali, i diritti dei cittadini, tutti i potenziali bug nascosti nel perverso rapporto tra innovazione, partecipazione e democrazia.

Quello del giornalista è tutto fuorché un mestiere in via d’estinzione. Abbiamo vissuto gli ultimi mesi estivi appesi ad una crisi di governo che poteva riportare l’Italia indietro di dieci anni. Non sappiamo ancora se il peggio sia passato ma spetta a noi giornalisti fare da sentinelle e continuare a raccontare “da un’altra angolatura” la vita politica e sociale di questo Paese. Per tutti questi motivi ho accettato con grande entusiasmo la sfida di dirigere questo giornale. Dopo oltre dieci anni passati come ufficio stampa a discutere con i direttori per uno spazio o una notizia da far uscire, ora toccherà a me, con l’aiuto e il supporto di una giovane e validissima redazione, condurre LabParlamento verso sfide nuove, tenendo sempre ferma la bussola dell’analisi libera e dell’approfondimento che fin qui ci ha contraddistinto. Buon lavoro e buona lettura.