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Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato

Mucchetti “regista” di una risoluzione. Poi le nomine, si comincia con l’Eni

di LabParlamento

Giorni decisivi per il rinnovo dei Cda di numerose partecipate dallo Stato. Quelle dell’energia in testa (Eni, Enel, Terna) ma anche Leonardo/Finmeccanica, Fincantieri e Poste. Nel fine settimana il Governo diffonderà un comunicato per annunciare il deposito, attraverso il Ministero dell’Economia, della prima tra le liste in agenda per il ricambio degli organi sociali: quella dell’Eni, la cui assemblea per l’approvazione del bilancio è in programma il 13 aprile. Poi toccherà alle altre “poltrone di Stato”.

Ma prima di allora si registrerà un altro passaggio importante. La Commissione Industria del Senato dovrebbe approvare infatti una risoluzione a seguito della tornata di audizioni che si è tenuta nell’arco delle ultime due settimane, durante le quali sono stati ascoltati i vertici delle società interessate. Non una “invasione di campo” a poche ore dalle decisioni dell’Esecutivo – ha tenuto a precisare subito il presidente, Massimo Mucchetti (Pd) – piuttosto un’iniziativa tesa a “fare luce” sui criteri di scelta in considerazione del confine da sempre storicamente difficile da delimitare tra esigenze dell’azionista Stato (seppur con quote ormai minoritarie) e mercato/profitto (tutte le società interessate sono quotate).

In particolare, la Commissione – che riguardo il settore energia ha sul tavolo da tempo, giugno 2013, anche una delicata indagine sui prezzi – sempre secondo quanto anticipato dal suo presidente, aveva l’obiettivo di assumere informazioni su quattro temi principali: il rendimento per l’azionista, il posizionamento strategico dell’impresa, la remunerazione dei vertici in paragone con il costo medio del lavoro consolidato italiano, i requisiti di onorabilità e il contrasto dei conflitti d’interesse.

Tutte questioni assai delicate. Cosicché dall’indagine – alla fine e per dirlo molto chiaramente oltre il “politichese” di maniera – dovrebbe emergere essenzialmente una cosa: se esiste o meno una logica affatto discrezionale, più o meno comune a queste società,  in base alla quale il Governo oggi seleziona i manager oppure se si agisce, di volta in volta, in base a convenienze del momento e dinamiche di potere.

Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe commentare. Tuttavia, mai come in questa fase storica del Paese l’attenzione su tali situazioni è assai desta. Vuoi per la funzione assunta dall’Esecutivo Gentiloni all’indomani dello scontro referendario (con equilibri interni tutti da decifrare nei rapporti decisionali tra lo stesso premier, Renzi, il Mef di Padoan e il sempre maggiore protagonismo del Mise). Vuoi per la costante campagna elettorale già in corso, che si alimenta molto anche di giustizialismo (alcune delle attuali “poltrone” ne sono a vario titolo coinvolte). Senza dimenticare la strategicità dei settori toccati dalle nomine (energia, trasporti, grande industria, servizi) in una fase di profondi rinnovamenti della struttura economica e sociale nazionale e internazionale.

Insomma, sarà interessante vedere come tutto ciò, assieme alle proposte in merito, entrerà nel testo del documento parlamentare (nel mentre si registrano altre prese di posizione allo stesso fine, come quella recente del M5S alla Camera). Anche se i giochi delle nomine a quel punto per lo più saranno già fatti e, forse, un anticipo dell’iniziativa sarebbe stato quantomai opportuno.