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Secondo i dati dell’Istituto europeo di statistica i cittadini europei sostengono con forza il progetto comunitario, ma si leva una voce fuori dal coro: l’appartenenza all’UE continua ad essere considerata vantaggiosa nella maggior parte dei paesi tranne che in Italia, tiepida e sfiduciata nei confronti dell’Unione europea

di Alessandro Alongi

L’idea di Europa non è particolarmente in voga di questi tempi, e ciò malgrado negli ultimi cinquant’anni non c’è stato posto migliore in cui nascere. «Bisogna lavorare ancora per estendere a tutti il benessere ma, in generale, i cittadini europei sono più istruiti, più al riparo dagli abusi delle grandi multinazionali, conducono una vita migliore, più sana e più felice di quella di altri cittadini del mondo» faceva eco nel 2018 Bono Vox (intervistato da La Repubblica). Apprezzamenti di un certo rilievo quelli della rockstar (a differenza di quelli giunti da diversi leader di governo), lo stesso che nel 2018, insieme alla sua band, inaugurò un tour europeo caratterizzato dalla presenza sul palco del vessillo dell’Europa unita.

Ancora percepita come entità vaga e distante, vittima troppe volte di fake news e di propaganda politica spinta da forze sovraniste, l’Unione sembra sì barcollare, ma comunque continua a destare fiducia e positività: i cittadini europei sostengono con forza l’UE, nonostante terrorismo, migrazione e Brexit. Un senso di appartenenza che rimane storicamente elevato. Ma non dappertutto.

Non sono mancate le sorprese (soprattutto per l’Italia) all’interno dell’indagine realizzata dall’Eurobarometro, a qualche mese dal voto del 26 maggio: riguardo ad esempio alla domanda volta a misurare il sostegno dei cittadini per l’Unione europea, il 61% degli intervistati ha giudicato come l’adesione all’UE del loro paese abbia rappresentato un elemento positivo. Per ritrovare un tasso così elevato di fiducia bisogna tornare indietro al periodo a cavallo tra la caduta del muro di Berlino del 1989 e l’adozione di Maastricht Trattato nel 1992. Nonostante le grandi sfide degli ultimi anni, dunque, il senso europeo di coesione non sembra essersi indebolito, specie tra i giovani europei nei quali si rileva, anzi, un forte senso di fiducia nell’Unione.

Non così, però, in Italia, dove solo il 36% dei nostri connazionali pensa che far parte dell’Unione europea sia un bene, e solo il 41% ritiene che l’adesione all’eurozona abbia portato vantaggi al Paese (contro il 68% della media UE). La sfiducia nelle istituzioni comunitarie è tangibile anche in relazione al “peso” che ogni cittadino tricolore attribuisce a se stesso nel contesto comune: il 68% degli italiani crede di non aver nessuna voce in capitolo in Europa, diversamente dal 51% dal resto del continente per cui la percezione del coinvolgimento alle scelte politiche unionali è alto. Si è tuttavia evoluto il senso di incertezza anche nel resto degli Stati membri, ciò dimostrato dal fatto che il 27% degli europei considera l’UE “né un bene né un male”, un dato che in 19 paesi tende ad aumentare.

Tra i molti temi che il futuro Parlamento eurounitario dovrebbe affrontare con maggior decisione  c’è la disoccupazione giovanile, ma per l’Italia non è questa la priorità. Nel nostro Paese, invece, i tecnocrati di Bruxelles dovrebbero intervenire prioritariamente su immigrazione e terrorismo, sentimenti probabilmente alimentati dal vivace dibattito politico intorno a questi temi.

Non poteva non essere esaminato l’effetto “Brexit” sul sentiment degli europei: se un referendum si tenesse nel proprio paese, sette europei su dieci voterebbero convintamente per rimanere nell’UE. Gli intervistati italiani (insieme a quelli di Repubblica Ceca e Regno Unito) risultano più incerti, con il 32% che afferma di non sapere cosa scegliere in caso di referendum. In 13 paesi dell’UE (tra cui anche il Regno Unito), il numero di intervistati indecisi è in costante aumento, valore in ascesa che può essere interpretato come un segno dei tempi politicamente difficili, e come conferma del fatto che la sfida di queste elezioni è davvero cruciale per il futuro dell’intera Unione.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
Alessandro Alongi
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Alessandro Alongi
Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.