Finestra politica. Sottosegretari e Commissioni: si va alla prossima settimana
Giugno 7, 2018
Elezioni amministrative. Domenica 7 milioni di elettori al voto
Giugno 8, 2018
Mostra tutto

Mise-Lavoro. Il dubbio di Di Maio: fusione oppure no?

Oltre 10.000 dipendenti coinvolti. 2 segretari generali, 23 direzioni generali e oltre 150 divisioni da riorganizzare. Operazione complessa e dai tempi troppo lunghi

di Stefano Bruni

Era il 1916 quando il Governo Boselli istituì il Ministero per l’industria, il commercio ed il lavoro, nominando responsabile di questo dicastero Giuseppe Nava, politico italiano, appartenente alla nobile famiglia reggina dei De Nava.

Da allora ne è passato di tempo, ma come spesso accade, gli eventi che si susseguono negli anni, o nei secoli come in questo caso, alla fine ripropongono, sotto forma di novità, cose già viste: “corsi e ricorsi storici” avrebbe detto Giambattista Vico.

Infatti il neo costituito “Governo del cambiamento” ha previsto di riunire, come 100 anni fa, il Ministero dell’industria e del commercio (che oggi si chiama dello sviluppo economico) con quello del Lavoro e delle politiche sociali, affidandone la direzione al capo politico del Movimento cinque stelle, Luigi Di Maio.

Due dicasteri di grande rilevanza, politica e non solo, situati, uno di fronte l’altro, in quella Via Veneto nota ai più per le citazioni Felliniane ne “La dolce vita”.

Due dicasteri che occupano, insieme, oltre 10.000 dipendenti pubblici e che sono deputati a “gestire” svariate centinaia di milioni di euro, assegnati alle varie direzioni generali.

E così appresa la notizia di questa “novità” in molti hanno cominciato a chiedersi se nei programmi del Ministro Di Maio ci fosse una “fusione” dei due dicasteri e o se semplicemente il giovane pentastellato sta pensando ad una forma di “raccordo” che gli consenta di passare da una riunione ad un’altra, da un palazzo ad un altro, magari cambiandosi di giacca come Robin Williams in Mrs. Doubtfire.

Per ora i dubbi rimangono e bisogna accontentarsi di interpretare l’ennesima diretta Facebook in cui di Maio ha detto che “se ci sarà una fusione lo vedremo – ha spiegato – Sono convinto che unire la parte datoriale e quella dipendente in questo paese può anche creare pace sociale. Unirle non dal punto di vista amministrativo, questo lo vedremo, ma da quello politico si, perché siamo in una fase in cui spesso colui che è il datore è anche un po’ dipendente e colui che è dipendente si sente o si dovrà sentire anche un po’ imprenditore”.

Una cosa però è certa. Le strutture dei due Ministeri sono imponenti: 15 direzioni generali per il Ministero dello Sviluppo economico (Mise) e 8 per il Ministero del Lavoro. E soprattutto un dirigente generale per ogni direzione con retribuzione annua lorda al di sopra dei 200.000 € all’anno.

E infatti la cosa che più spaventa (soprattutto chi ha ruoli apicali nei due ministeri) è la eventuale, ma necessaria “sintesi” che andrebbe fatta. E da qui si apre un mondo.

Per esempio, se il Ministro è uno, i famosi uffici di diretta collaborazione quanti sarebbero? Uno o due? Ognuno manterrebbe il proprio ufficio legislativo, il proprio Gabinetto e i relativi responsabili? Oppure ve ne sarebbe uno che si occupa di entrambi i ministeri? Quante direzioni generali potrebbero essere soppresse, assegnando le rispettive competenze ad altre? E i direttori generali delle direzioni non più esistenti?

E poi, come si sa, all’interno delle singole direzioni ci sono le divisioni (oltre 100 per il Mise e circa 40 per il Ministero del lavoro) e i rispettivi dirigenti (con stipendi da circa 100.000 € all’anno).

Ci sono poi due segretari generali, Andrea Napoletano (€ 204.819,26 lordi l’anno) per il Mise e Paolo Onelli (€ 202.263,10 lordi l’anno) per il lavoro e Comitati, organismi vari e enti controllati cui è difficile rinunciare.

E sul piano delle “deleghe politiche”? Vice Ministri e Sottosegretari saranno individuati pensando come se ci fosse un unico Ministero oppure potrebbero esserci incarichi affidati “per materia”? 

Rispondere a tutte queste domande non è facile e in verità non spetta a chi scrive fornire queste risposte.

Certamente, però, quello che ci si aspetta da un “governo del cambiamento” è un modo nuovo di affrontare le questioni. E se poi questo esecutivo si è posto sin dall’inizio come quello che avrebbe ridotto e combattuto gli sprechi, forse la risposta a queste domande c’è già.

Nei corridoi dei “palazzi”, però, per ora, si dice che una fusione avrebbe tempi troppo lunghi…

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni