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Per anni ha occupato le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali ed internazionali e ha catalizzato l’attenzione delle cancellerie di mezzo mondo eppure, ormai da mesi, non se ne sente più parlare: che fine ha fatto l’Isis? LabParlamento affronta il tema con Matteo Bressan, analista della Nato Foundation, docente di Relazioni internazionali presso la Lumsa e coordinatore didattico e docente del corso della SIOI sul terrorismo. Con lui approfondiamo i prossimi scenari della geopolitica e del terrorismo mondiale, dalla Siria all’Iraq fino al rafforzamento dell’estremismo islamico in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Kashmir

L’attenzione dei media, italiani e non, sull’Isis è scemata notevolmente. Qual è oggi lo scenario nella vasta zona che ha visto in questi anni il dominio del Califfato?

Il fatto che l’attenzione, più in Italia che non negli altri paesi rispetto all’ISIS e ai gruppi jihadisti che hanno operato in Siria ed Iraq, sia diminuita non significa affatto che la minaccia sia scomparsa. Non c’è più il controllo da parte dell’ISIS, di un’area vasta 200.000 km quadrati, ma esistono ancora gruppi potenzialmente capaci di riprodurre forme d’insorgenza così come accaduto in Iraq dopo l’uscita di scena di Saddam Hussein.

Quanto inciderà, Isis o no, la grave situazione in Siria ormai divisa tra potentati locali e forze armate pro o contro Assad? Un territorio così fuori controllo può rappresentare un focolaio concreto per un rinvigorimento del jihadismo nel medio oriente?

Rispetto ad un paio di anni fa, il quadro degli attori operanti in Siria è molto più semplificato. Prima

Matteo Bressan è analista della Nato Foundation e docente presso LUMSA e SIOI

dell’intervento russo la forze e le milizie anti – Assad, spesso divise ed in competizione tra loro, controllavano importanti centri urbani ed aree della Siria. Non vi è dubbio che dall’intervento russo dell’ottobre del 2015 i rapporti di forze siano cambiati e, progressivamente Assad sia riuscito, anche grazie al sostegno degli Hezbollah e delle milizie paramilitari iraniane, a riconquistare la stragrande maggioranza della Siria. Per certi versi, oggi, Damasco sta riprendendo il pieno controllo del territorio. Ci sono altre questioni e potenziali crisi in Siria oggi, penso al futuro assetto dei cantoni dove vivono i curdi nel Nord del paese, la stabilizzazione del Golan e la presenza dei militari americani che, al momento, rappresentano uno strumento di pressione nei confronti dell’Iran. Paradossalmente la frammentazione delle milizie jihadiste e dei gruppi di opposizione armata ha lasciato il passo a delle crisi più “tradizionali” che vedono più o meno direttamente coinvolti Stati Uniti, Russia, Turchia, Israele, Giordania e Iran.

Molti analisti vedono nel continente africano la prossima “base” dell’estremismo islamico. Quanto conterà, davvero, l’immigrazione clandestina e la possibilità di infiltrazione di foreign fighters, nelle prossime azioni dell’intelligence europeo vista l’estrema vicinanza dei due territori?

La possibilità di infiltrazione di Foreign fighters all’interno dei flussi migratori è una possibilità che sembra essere aumentata successivamente alle sconfitte territoriali dell’ISIS in Siria ed Iraq. Così come gli eserciti in rotta tendono a disperdersi in ordine sparso allo stesso modo è verosimile, come confermato anche dall’ultima relazione del DIS, che alcuni combattenti possano cercare di rientrare non tanto in massa nei loro paesi d’origine quanto servendosi di documenti falsi e sfruttando filiere parentali e reti logistiche.

Un aspetto poco noto è quello rappresentato dall’estremismo islamico al di fuori delle sua storica aree geografica d’influenza. Dopo l’Afganistan e l’Iraq dov’è si annida il rischio di un ampliamento del jihadismo?

I successi dell’ISIS tra il 2013 ed il 2015 hanno di fatto attirato sulla Siria e l’Iraq l’attenzione della Comunità internazionale ma, l’ISIS o ciò che rimane del sedicente Stato Islamico, non è l’unica realtà con capacità militari e ibride in grado di minacciare e compiere attacchi nel mondo. Al Qaeda, come confermato dall’intelligence statunitense, si è rafforzata in Siria con circa 20.000 combattenti e ha esteso la propria influenza, oltre alle tradizionali aree di Afghanistan e Pakistan in Yemen, Somalia, Libia e Kashmir. Sebbene Al Qaeda nel Mali e nel Shael rappresenti una minaccia meno “spettacolare” sotto il profilo mediatico e comunicativo rispetto all’ISIS, si conferma essere  il principale attore globale del terrore e la principale minaccia per gli Stati Uniti, i suoi interessi nel mondo e i suoi alleati.