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Lo stallo venezuelano, l’Europa divisa e gli Stati Uniti alla finestra. Ecco cosa succede a Caracas

A distanza di settimane dall’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidó è sempre più alto il rischio golpe o guerra civile. Difficile la mediazione del Gruppo di contatto internazionale

di Andrea Spuntarelli

Sembra piuttosto complessa la risoluzione della situazione di instabilità che il Venezuela vive a partire dallo scorso 23 gennaio, giorno in cui il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó, leader al partito di opposizione Voluntad Popular, che si è autoproclamato Presidente ad interim della Repubblica bolivariana, con l’obiettivo di traghettare a libere elezioni il Paese come disposto dall’articolo 233 della Costituzione venezuelana.

Malgrado l’appoggio che numerosi Governi americani ed europei – tra i quali non figura l’Italia, in questo caso non allineata con i suoi tradizionali partner – hanno garantito a Guaidó, questi non è riuscito a sottrarre al chavista Nicolás Maduro il sostegno dei poteri fondamentali per il controllo di qualunque Stato: in primis Esercito, Polizia e Amministrazione pubblica. Dall’altro lato il Presidente formalmente in carica, per quanto delegittimato al di fuori del Venezuela, continua ad esercitare di fatto la propria sovranità sul Paese latinoamericano stante un malcontento popolare che sembra aver superato ogni precedente e che viene ormai represso con brutalità dalle forze di sicurezza, tanto da rendere sempre più difficile per ogni osservatore non definire “regime” il governo del successore di Hugo Chávez.

Il braccio di ferro tra le due parti che al momento appaiono non in grado di ricondurre gli eventi alla normalità è testimoniato, nelle ultime ore, dal fallimento cui sta andando incontro il tentativo da parte di Juan Guaidó (con il sostegno dei suoi alleati internazionali, Usa, Canada e Colombia in testa) di fare affluire cibo, medicinali e generi di prima necessità nel Paese, ridotto allo stremo da anni di privazioni economiche e intimidazioni di vario tipo. Le Forze Armate ancora saldamente in mano a Maduro hanno infatti bloccato l’accesso ai ponti situati al confine tra Venezuela e Colombia, dai quali avrebbero dovuto transitare gli aiuti, e si dicono pronte a impedire l’arrivo di qualsiasi oggetto dall’estero, poiché identificabile come “cavallo di Troia” degli imperialisti a stelle e strisce. Insomma, ogni giorno che passa si fa più alta la probabilità che la crisi possa degenerare definitivamente in una guerra civile o in un golpe progettato tanto dentro quanto fuori le frontiere dello Stato.

In un contesto reso così delicato dagli eventi del presente e del recente passato, giovedì 7 febbraio si è insediato a Montevideo il gruppo di contatto internazionale promosso da Uruguay e Unione europea, del quale fanno parte anche Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito, Bolivia, Costarica, Messico ed Ecuador. Il Gruppo cercherà di stabilire un dialogo tra le due parti in causa, al fine di ottenere la liberazione dei prigionieri politici venezuelani (compreso Leopoldo López, leader della formazione cui aderisce Guaidó), ristabilire la Commissione Elettorale Nazionale e porre le basi per lo svolgimento di elezioni presidenziali alle quali i candidati possano competere in condizioni di pari opportunità, al contrario di quanto avvenuto nel maggio 2018 con le votazioni vinte da Maduro senza la partecipazione di gran parte delle opposizioni.

L’obiettivo si annuncia molto difficile da raggiungere, come testimoniato dall’indisponibilità dell’opposizione venezuelana a sedersi al tavolo del negoziato, ai suoi occhi null’altro che un espediente per prolungare la tirannia di Maduro. Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, ha assicurato che i lavori del Gruppo di contatto non dureranno più di tre mesi, e che se per l’inizio di maggio non sarà emersa una via d’uscita democratica e istituzionale al conflitto quest’organo si scioglierà.

Qualunque sia l’opinione che si abbia del chavismo, delle forze di opposizione o del rinnovato interventismo degli Stati Uniti in America Latina, al momento lo stato dei fatti è che il Venezuela si presenta come un labirinto dal quale sarà complicato uscire senza che qualcuno subisca serie conseguenze, direttamente o indirettamente.      

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli, è nato a Roma nel 1988. Laureato in Scienze Politiche e della Comunicazione (Triennale) e in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica (Magistrale) presso la Luiss Guido Carli di Roma, dal 2014 lavora in Adl Consulting, dove attualmente ricopre il ruolo di Senior Policy Analyst. Scrive per LabParlamento fin dalla registrazione del sito come testata giornalistica. Dopo essere stato Assistente del Direttore responsabile, è ora Project manager del giornale.
Andrea Spuntarelli