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L’economia e le scelte elettorali

Sui risultati delle votazioni degli ultimi anni hanno pesato promesse nell’immediato redditizie (in termini di consensi), ma difficili da mantenere nel lungo periodo. Chiunque vinca il 26 maggio, dovrà fare i conti con una difficile situazione dei conti pubblici

di Luca Tentoni 

Sebbene l’esito delle elezioni Politiche ed Europee sia spesso influenzato anche da altre cause (temi come la sicurezza, per esempio, hanno un certo peso), è però l’economia (percepita e reale, generale e familiare) a decidere della sorte dei partiti, in una fase nella quale la volatilità è molto elevata e la situazione del Paese non muta, nonostante il recentissimo magro aumento del Pil. Le promesse di un miglioramento della situazione economica – rimanendo al solo ambito della Seconda Repubblica, per brevità – hanno spesso funzionato, a partire dal milione di posti di lavoro berlusconiano per proseguire con gli 80 euro di Renzi e arrivare, ai giorni nostri, a reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e “flat tax”.

Il problema è che il Paese avrebbe bisogno di interventi strutturali meno vistosi sul breve periodo ma molto fruttuosi sul medio (investimenti in ricerca, sviluppo, scuola, innovazione tecnologica), che però non sono redditizi in termini elettorali. Scartati questi tipi di interventi (per non parlare della razionalizzazione della spesa pubblica, che comporta tagli, cioè voti persi) restano quelli che tendono a premiare le più ampie platee possibili di cittadini/elettori: queste azioni assicurano spesso un rapido ed efficace ritorno positivo in termini di consensi, però alla lunga si pagano.

C’è poi da considerare che chi vive in una condizione di disagio (soprattutto se è più reale che soltanto percepito) è portato a dare il proprio voto a chi gli prospetta una rapida uscita dalla sua situazione. Anche qui, se la promessa è troppo generosa e l’aspettativa creata supera ciò che effettivamente viene fatto, la delusione può ripercuotersi immediatamente nelle urne. Ciò non vuol dire che gli italiani “votano con il portafoglio” ma che, ascoltando le promesse elettorali e leggendo i programmi, sembra che sfruttare il filone dell’economia e del lavoro funzioni.

La domanda che ci si pone, tuttavia, è se la tattica di vincere oggi – senza pensare se domani il consenso durerà – è la causa oppure l’effetto: in altre parole, i leader politici sanno di essere destinati a restare sulla scena per quattro o cinque anni al massimo, quindi adottano politiche “pigliatutto” di brevissimo periodo, oppure è l’elettorato che alza la posta (e, poco tempo dopo aver premiato un soggetto, se ne dimentica e lo abbandona, se non arrivano nuove promesse) sapendo che i partiti e soprattutto i loro capi (il destino personale dei quali è legato ai risultati molto più di quello degli allenatori di calcio) hanno un disperato bisogno di consenso?

In una situazione di sostanziale stagnazione economica, di crescita delle diseguaglianze, di disaffezione nei confronti dei partiti e delle Istituzioni, le vecchie appartenenze (già profondamente erose durante il ventennio iniziale della Seconda Repubblica) non garantiscono più rendite di posizione. Considerando l’andamento delle elezioni fra il 2011 e il 2018 e dando per scontato un nuovo rivolgimento nel 2019, c’è da interrogarsi sul futuro, anche – se non soprattutto – su quello immediato. In autunno, chi disinnescherà le clausole Iva (sempre che ci sia l’intenzione di farlo)? Chi si assumerà la responsabilità di aumentare ulteriormente la spesa pubblica per mantenere il consenso e far deragliare l’economia del Paese a causa di un eventuale, ma non improbabile, calo del rating dei nostri titoli e un altrettanto verosimile aumento dello spread?

I governi tecnici, stavolta, non sono la soluzione politicamente più a portata di mano. Nel 2011-2013, centristi, Pd e Pdl sostennero Monti, ma pagarono un prezzo salatissimo nelle urne. Non basta lasciar fuori gli esponenti politici da un governo se poi si votano i duri provvedimenti che questo è chiamato ad adottare.

Chiunque vinca il 26 maggio, insomma, sarà chiamato già il giorno successivo alla prova di nuove promesse e di una realtà di un bilancio che difficilmente può sopportare il costo delle politiche in corso di attuazione o attuati negli ultimi mesi. Al di là dell’efficacia dello “storytelling”, la realtà, soprattutto quella economica, è più forte di tutto.

Finita l’era dei partiti-Chiesa, delle grandi ideologie, della fedeltà incondizionata a leader o classi dirigenti, resta solo l’immagine. La quale, però, rischia di diventare un ologramma, per poi svanire di fronte all’arrivo della realtà. Ecco perché molti, in questi anni, hanno potuto ottenere vittorie elettorali e progressi un tempo impensabili, ma – per lo stesso motivo – tutti hanno compreso che il consenso vero va costruito con pazienza, mattone dopo mattone, senza fretta, perché possa durare. Altrimenti si può ricorrere alle bolle di sapone, che sono meravigliose da vedere, ma scoppiano.

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