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“Le leggi sul lavoro non creano lavoro, se manca fiducia nella crescita”

Francesco Pastore, docente della Seconda Università di Napoli

Il prof. Francesco Pastore commenta a LabParlamento gli ultimi dati Istat su occupati e disoccupati. Europa convitato di pietra

di Valentina Magri

“Le leggi sul lavoro non creano lavoro, o meglio: lo creano solo per chi le scrive. Le leggi semmai creano le condizioni per le assunzioni a tempo indeterminato quando il ciclo economico torna positivo”. Lo sostiene fermamente Francesco Pastore, Professore di Economia Politica,  Economia del Lavoro ed Econometria Applicata presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Seconda Università degli studi di Napoli, research fellow dell’IZA di Bonn, Segretario della Associazione Italiana degli Economisti del Lavoro (AIEL) e membro del comitato direttivo dell’Associazione Italiana per lo studio dei Sistemi Economici Comparati. LabParlamento ha chiesto la sua opinione sui dati su occupati e disoccupati italiani a maggio diffusi ieri dall’Istat.

I dati Istat certificano un aumento della disoccupazione dello 0,2% a maggio e un contestuale calo dell’occupazione di pari entità. L’aumento dei disoccupati è dunque in parte riconducibile a occupati che hanno perso il lavoro?

C’è stato un leggerissimo calo dell’occupazione. Ma la mia chiave di lettura è che l’aumento dell’occupazione dei mesi scorsi abbia determinato l’attuale salita della disoccupazione. È un segno di maggiore incoraggiamento e speranza sul mercato del lavoro, dove i giovani scoraggiati si stanno riattivando. In questo contesto, ben venga la disoccupazione! Il dato annuale comunque segnala un leggero trend positivo dell’occupazione (+0,6%), anche se ancora non è quello che gli italiani vorrebbero.

La situazione è peggiorata per i giovani, con una salita della disoccupazione giovanile al 37%. A cosa è dovuta? I provvedimenti del Governo non sono bastati?

Il Jobs act cerca di creare una maggiore convenienza dei contratti a tempo indeterminato anziché determinato. A fronte di ragionamenti sul costo del lavoro (riduzione delle garanzie ex art. 18, costi di assunzione), questi risparmi sono controbilanciati dalle prospettive incerte di crescita dell’economia, per cui anche se a mente fredda sarebbe più conveniente il contratto a tempo indeterminato, se l’impresa non è sicura delle prospettive economiche, naviga a vista e preferisce lo stesso assumere a tempo determinato perché questo contratto le crea meno oneri, vincoli e problemi. Per questo motivi, se permane l’incertezza si torna al punto di partenza, una volta finiti gli incentivi alle assunzioni da 17 miliardi – di fatto un bell’aiutino di Stato alle imprese per coprire le massicce perdite degli anni scorsi, oltre che un modo per favorire le assunzioni dei giovani.  Va anche rilevato però un trend positivo: l’aumento di contratti a tempo indeterminato nell’ultimo anno.

Da cosa dipendono le nostre prospettive di crescita?

Sicuramente il Governo ha fatto l’errore di pensare di creare il lavoro per legge. Il convitato di pietra è l’Europa, che ci ingessa e non ci offre prospettive di crescita stabile. La Germania ci raccomanda di fare il Jobs act, che a sua volta non varerebbe mai. Le condizioni legislative per trovare lavoro andrebbero create con la promessa che si attui una politica monetaria e fiscale a livello europeo. Servono anche investimenti in R&S e infrastrutture. Senza risorse per farli, non possiamo crescere.

Si dice spesso che per far lavorare i giovani bisogna mandare in pensione prima gli anziani. Sarebbe una misura a sua avviso efficace?

L’ho sempre considerata una sciocchezza, che ha portato nei decenni passati all’errore delle baby pensioni, aumentando contribuiti pensionistici a carico di chi lavora. Da un lato, i più anziani sono lasciati a casa prima, ma poi i  giovani devono pagare dei contributi altissimi. Dall’altro, bisogna anche pensare che l’età pensionabile non può aumentare all’infinito, soprattutto nei caso dei lavori usuranti, perché farlo significa fornire un assist ai partiti populisti. Serve ragionevolezza, per non eccedere né in un senso né nell’altro.