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Grazie a Capitali regionali di Luca Tentoni è possibile rileggere i risultati delle elezioni italiane attraverso il punto di vista dell’elettorato dei capoluoghi regionali, una angolazione privilegiata e spesso in contraddizione con i dati nazionali

di Simone Santucci

Se esiste davvero un punto di continuità tra le differenti esperienze politiche che hanno contraddistinto la vita della prima e della seconda repubblica questo è il legame simbiotico tra città e Paese, tra realtà urbana nazionale. La storia dell’Italia moderna affonda le proprie radici nella rinascita delle città e a lungo, nel corso dei secoli fino all’Unità, il percorso politico nazionale si è intrecciato fatalmente con i destini dei centri più sviluppati. Appare dunque coerente con questa premessa come gran parte del percorso politico italiano del dopoguerra, dominato dalla Democrazia cristiana e dall’alleanza centrista prima e dal centro-sinistra (e Pentapartito) poi, sia stato scandito dalle sorti, dagli equilibri e dalle alterne fortune elettorali dei partiti nei grandi centri urbani, pur tra mille contraddizioni, come si vedrà. Non a caso è nel 1993 – l’anno che segna, più d’ogni altro, la discontinuità tra ciò che c’era prima e cosa ci sarebbe stato dopo – che inizia, proprio dall’elezione diretta dei sindaci, il nuovo corso bipolare italiano destinato a crollare sotto le macerie del voto dello scorso 4 marzo.

Con “Capitali regionali”, l’ultima opera di Luca Tentoni, edita da Il Mulino, possiamo leggere la storia dell’Italia contemporanea da una angolazione allo stesso tempo parziale e

Capitali regionali, di Luca Tentoni, è edita da Il Mulino

privilegiata, per comprendere come il consenso politico dei centri maggiori abbia influenzato, e in quale misura, le sorti della quotidianità politica italiana. Una lettura, quella fornita da tale studio che ci consegna una geografia elettorale a tratti sorprendente che chiarisce molti interrogativi anche sul perché l’Italia abbia sempre rappresentato un unicum all’interno dello scacchiere internazionale. In un documentario di una tv americana dei primi anni ’50 ci si interrogava, infatti, come fosse possibile che il Partito comunista governasse l’Emilia Romagna, al tempo la regione più ricca del Paese, e perché invece la Democrazia cristiana, il primo partito italiano, avesse il proprio bacino elettorale nell’arretrato e povero Mezzogiorno. Grazie alla lettura di questo studio è possibile rispondere a molti di questi interrogativi.

Dai grandi capoluoghi, infatti, molti leader, specialmente sul crepuscolo della prima repubblica, costruirono le proprie fortune: Milano con Craxi e Berlusconi, Roma con Rutelli e Veltroni, Napoli con Bassolino e De Magistris e Firenze con Renzi (senza dimenticare Cofferati a Bologna, Emiliano a Bari e per un certo periodo Orlando a Palermo) hanno certificato la potenza mediatica che il ruolo di sindaco di capoluogo di regione può offrire a chi, dall’interno di uno schieramento, ha l’ambizione di “scalare” la politica nazionale. Se difficilmente, durante la prima repubblica, il primo cittadino di un grande capoluogo riusciva a balzare dalla cronaca locale a quella nazionale, nella seconda repubblica, viceversa, il trend si è totalmente capovolto. Vincere una elezione e governare una città, oggi, rappresenta – come la lunga trafila di nomi elencata poco sopra dimostra – il miglior trampolino di lancio per le carriere politiche degli esponenti locali. Solo per rimanere agli ultimi esempi, la “caduta” di città roccaforti della sinistra come Roma, Genova e Venezia hanno anticipato ampiamente lo tsunami politico che poi ha determinato il risultato più inatteso di sempre, quello delle ultime elezioni politiche.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, fatta eccezione per il 1994, dove però tutti gli schieramenti o quasi erano al debutto, tra i primi due partiti non figurava quello risultato “vincente” al precedente turno elettorale. Risulta interessante a tal proposito richiamare la lettura di alcuni dati riportati dall’Autore, su cui poco e nulla si è detto e scritto sinora. Nonostante la grave sconfitta subita alle amministrative e al referendum del 4 dicembre 2016 proprio i grandi capoluoghi, in gran parte perduti eccezion fatta per Milano (che a sua volta è stato per oltre vent’anni il fortino e laboratorio del centrodestra nazionale) hanno significato per il centrosinistra, se non un àncora di salvataggio, uno zoccolo duro, forse inaspettato. Nei capoluoghi di regione, e soprattutto nei centri storici, il centrosinistra allargato ha avuto risultati migliori rispetto a quanto ottenuto nel resto del Paese (il 9% del 2018 contro il 6% del 2013). Non solo: nei collegi uninominali, forse il perimetro-simbolo delle città capoluogo di regione al voto, il centrosinistra con il 28,2% ha ottenuto il 28,6% dei collegi metropolitani, il centrodestra, pur avanti col il 31,2% è riuscito a conquistare solo il 24,5% mentre il M5S, con il 31,1% dei voti ne ha conquistati il 46,9%. Segno, questo, che la distanza tra periferia del Paese e capoluoghi di regione non solo è assai ampia ma determina risultati decisamente difformi rispetto quadro generale. Se letti con attenzione, insomma, tali numeri forniscono ai partiti in crisi fonte di ispirazione per una nuova ripartenza.

Che il Paese sia cambiato, insomma, lo dimostra anche un altro dato, anch’esso passato in sordina: dopo 12 anni durante i quali la distanza tra centro e periferia era scesa in modo costante, nel 2018, è invece aumentata in modo considerevole dal 7,6% del 2013 al 10,8% del 2018 (ma si è fatto di meglio agli albori della prima repubblica, correva l’anno 1953), con un balzo del tasso di differenza di comportamento tra capoluoghi di regione e altri centri periferici in forte crescita in primo luogo in Lombardia, Toscana e Lazio, non a caso tre delle regioni di provenienza (e bacino elettorale privilegiato) della gran parte dei principali protagonisti della campagna elettorale 2018 (Salvini, Berlusconi, Renzi, Gentiloni, Meloni).

Il percorso descritto da “Capitali regionali”, infine, dimostra quanto, nella storia delle campagne elettorali dal ’46 ad oggi il Paese abbia saputo celarsi sotto differenti spoglie, a volte in totale contrapposizione tra esiti elettorali dei capoluoghi di regione e quelli delle periferie. Lo stesso mito di una “ferrea fedeltà” dell’elettore della prima repubblica è, nell’opera, presto smentito dove, numeri alla mano, si descrive la grande mobilità dell’opinione pubblica, disposta nelle grandi città a mutare opinione con particolari differenze tra Pci e Dc, un partito nazione, quest’ultimo, che nei grandi centri ha sempre sofferto, nonostante un dominio nazionale incontrastato che ha resistito per quasi cinquant’anni. È attraverso i numeri forniti in questa opera che è possibile comprendere in che misura l’Italia abbia mutato il proprio DNA e abbia certificato un ribaltone che, dalla prevalenza del Pci nel triangolo industriale al voto cattolico del Nord-est, ha radici assai lontane e molto meno aleatorie di quanto certi commentatori ci hanno voluto raccontare.

Buona lettura.