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La strategia europea per l’occupazione: cosa resta dell’Europa sociale nel dopo elezioni

Scende il tasso di disoccupazione ma rimangono troppe diseguaglianze far gli Stati dell’Ue. Dibattito aperto sull’ipotesi salario minimo europeo.

di Maria Carla Bellomia

C’è un tema che, al netto degli scontri e del clima da campagna elettorale degli ultimi giorni, sta a cuore – e da molti anni – all’elettorato, non solo a quello nazionale, ma più in generale a quello europeo: si tratta del lavoro, inteso come parte integrante di quella strategia europea per l’occupazione che farebbe bene a tornare in cima alle priorità politiche della prossima Agenda dei leader dell’Ue.

A più di vent’anni dalla sua proclamazione, la strategia europea per l’occupazione stenta infatti a sostenersi su quel pilastro, un po’ traballante, dei diritti sociali, su cui si regge l’Unione europea e che fissa un insieme di obiettivi comuni per la politica del lavoro, con in testa quello di creare più posti di lavoro e impieghi più qualificati in tutta l’Unione europea.

L’attuazione del Pilastro Ue dei diritti sociali è strettamente legato al Semestre europeo attraverso gli orientamenti e la relazione comune per l’occupazione –  entrambi proposti dalla Commissione e adottati dal Consiglio dell’UE –  nonché i programmi nazionali di riforma e le relazioni nazionali – presentati dai singoli Governi dell’Ue a 27 e analizzati dalla Commissione – , tenendo conto dei macro obiettivi della strategia europea in materia di lavoro: occupazione, crescita e competitività e salvaguardia dell’equità del mercato del lavoro.

Dopo la Carta dei diritti fondamentali, quelli sociali rappresentano il primo insieme di diritti proclamati dalle istituzioni comunitarie: il Fondo sociale europeo ha rappresentato, in questo senso, lo strumento principale di cui si è servita l’Unione europea per la promozione delle politiche settoriali dell’occupazione e dell’inclusione sociale ed è attualmente in corso una sua revisione, in vista dell’approvazione del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, per renderlo ancora più accessibile.

Per evitare che quanto solennemente proclamato nel 2017, in occasione del vertice sociale per l’occupazione e la crescita a Göteborg, rimanga però solo a livello di  buoni propositi , è necessario accelerare, ancor più dopo l’appuntamento elettorale del prossimo 26 maggio, la concreta attuazione  dei diritti  sociali finalizzati all’attuazione del pilastro.

Numerose sono infatti le proposte legislative ancora in fase di negoziazione tra gli Stati membri e l’Ue per progredire nella realizzazione degli obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali: ne è un esempio la proposta di istituzione dell’’Autorità europea del lavoro (ELA), la nuova direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e la riforma delle norme sul coordinamento della sicurezza sociale.

Tra le questioni ancora aperte e finite al centro della campagna elettorale in corso, di una parte di Governo, c’è poi la proposta di un salario minimo europeo su cui si è espresso di recente, a favore della sua istituzione tramite una direttiva quadro, anche il Comitato economico e sociale dell’Ue.

In Europa lavorano attualmente circa 240 milioni di persone e i dati sul fronte della disoccupazione sono incoraggianti: stando alle ultime previsioni economiche di primavera, pubblicate lo scorso 7 maggio dalla Commissione europea, il tasso di disoccupazione a livello dell’UE è continuato a scendere nel 2018, attestandosi al 6,8%, e dovrebbe continuare a diminuire nel 2019 e nel 2020, raggiungendo rispettivamente il 6,5% e il 6,2%. Per l’Italia, la Commissione europea prevede, al contrario, un aumento del tasso di disoccupazione, che dovrebbe passare dal 10,6% nel 2018 al 10,9% nel 2019 e all’11% nel 2020, sostanzialmente in linea con le stime dello stesso Governo italiano.

Se i dati sono rassicuranti anche sul fronte dei salari,  con una tendenza al rialzo sia per la zona euro sia per l’area Ue, quello che permane è una forte diseguaglianza tra gli Stati membri in termini di differenza nel livello degli stipendi: secondo i dati Eurostat, a gennaio 2019  la media dei salari minimi è aumentata, ma varia dai 286 euro al mese della Bulgaria fino agli oltre 2 mila euro del Lussemburgo, con un divario che resta una delle prime cause di dumping lavorativo e disuguaglianza sociale nell’Ue.

In realtà, le competenze dell’Unione europea in campo sociale sono piuttosto limitate poiché, per quanto riguarda l’occupazione e le politiche sociali, sono i Governi nazionali a giocare un ruolo chiave e a decidere, in particolare, sulle politiche salariali.

Se il Trattato di Lisbona non conferisce direttamente all’Ue competenze in materia di salari e retribuzioni, è pur vero che i principi del pilastro europeo dei diritti sociali riconoscono ai lavoratori il diritto a una retribuzione equa che offra un tenore di vita dignitoso.

Insomma, per fare in modo che la creazione di nuovi posti di lavoro nell’Ue a 27 sia accompagnata da un generale miglioramento delle condizioni occupazionali, appare necessario ancorare il pilastro sociale a delle solide basi, così che non vacilli e resista a tutti i possibili scenari post elettorali.

 

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia, romana, classe 1985. Laureata con lode in Studi Europei presso la Sapienza di Roma, si è specializzata presso la medesima Università in Diritto parlamentare e delle Assemblee elettive. Attiva nel settore delle Relazioni istituzionali e del Public Affairs, dopo alcune esperienze formative di studio e di lavoro all’estero per organismi comunitari, dal 2013 collabora con un Gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati, per il quale si occupa principalmente di monitoraggio e di drafting legislativo in materia di politiche dell’Unione europea, con particolare riguardo ai profili di adeguamento della normativa nazionale all’ordinamento comunitario. Collabora con LabParlamento dal 2017.
Maria Carla Bellomia