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La lettera: investimenti, vincoli di bilancio e ponte Morandi: “ecco dove si sbaglia”

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento dell’eurodeputato Luigi Morgano sulle recenti polemiche legate ai vincoli europei di bilancio e alla flessibilità, da taluni invocata, per gli investimenti sulle infrastrutture. Su LabParlamento è aperto il dibattito.

di Luigi Morgano*

Caro Direttore,

le immagini della tragedia di Genova sono ancora impresse negli occhi di tutti gli italiani: 43 persone hanno perso la vita, decine sono i feriti e altrettanti gli sfollati. Il crollo del ponte Morandi sul torrente Polcevera ha provocato uno squarcio nel cuore del capoluogo ligure e con esso nell’Italia intera. Diverse domande hanno accompagnato i momenti immediatamente successivi la tragedia: chi sono i responsabili? Chi pagherà per quanto accaduto? Si poteva evitare questa tragedia?

Rispondere a questi quesiti è compito della magistratura, il che richiederà certamente tempi e sedi opportune. Di un’altra opinione sembra invece essere il governo che ha immediatamente emanato la propria sentenza, individuando l’Unione Europea, con le sue regole di bilancio, tra i responsabili principali di quanto accaduto. In primis, il ministro degli interni, Matteo Salvini, il quale ha attaccato “l’obbedienza contabile che non ci fa spendere i soldi che potremmo usare per mettere in sicurezza le scuole dove vanno i nostri figli o le autostrade su cui viaggiano i nostri lavoratori”.

Non voglio alimentare ulteriori polemiche. Tuttavia, come deputato europeo, vorrei svolgere alcune considerazioni per fare chiarezza sul rapporto tra i citati vincoli di bilancio, gli investimenti pubblici, ciò che tocca ai singoli Paesi e ciò che tocca all’UnioneGli obblighi europei sono degli accordi definiti da precise intese, assunti tra Paesi dell’eurozona che prevedono vincoli di spesa, stabiliti con l’obiettivo di garantire l’equilibrio di bilancio, ovvero la stabilità degli Stati membri, in condizioni cicliche “normali”. I vincoli al bilancio cioè non sono stabiliti a priori ma vengono discussi di anno in anno tenendo conto del ciclo economico, ovvero l’andamento dell’economia. Questo significa che questi variano a seconda delle condizioni in cui si trova ogni Paese della zona euro. A ciò si aggiunge il fatto per cui, tutte le spese per far fronte a calamità naturali, come terremoti o alluvioni, o emergenze sociali, compresa la gestione dei flussi migratori, sono escluse dal computo dei limiti suddetti.

Sin dalla creazione del Patto di Stabilità nel 1997, il dibattito sulle regole di bilancio si è accompagnato al tema degli investimenti pubblici, ovvero se questi debbano essere calcolati per la verifica del rispetto dei vincoli o possano godere di un trattamento preferenziale. Come deputati PD e gruppo S&D al Parlamento Europeo, da tempo, sosteniamo la proposta di introdurre una “regola d’argento” per gli investimenti sociali, a partire da un trattamento differenziato per la spesa pubblica nell’istruzione, dall’infanzia all’università, nella convinzione che il migliore investimento sul futuro riguardi le nuove generazioni. Da qui la richiesta, avanzata anche dai precedenti governi Renzi e Gentiloni, dell’introduzione di una clausola di flessibilità nel patto di stabilità per questi investimenti strategici. Richiesta, per il momento, che è stata solo parzialmente accolta.

Nel 2016, infatti, gli Stati membri e la Commissione decisero che ad essere esclusi dal calcolo del deficit dovevano essere gli investimenti degli Stati membri destinati a co-finanziare i progetti decisi nell’ambito del Piano Juncker per gli investimenti, il cosiddetto FEIS (Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici). Questo ha consentito all’Italia un margine di flessibilità intorno ai 30 miliardi di euro tra il 2016 e il 2018. Questo passo, tuttavia, da solo, non è sufficiente, almeno per due motivi. Il primo è che le clausole di flessibilità vanno negoziate di volta in volta con la Commissione europea, la quale mantiene la discrezionalità finale sulla concessione o meno delle medesime. In secondo luogo, si tratta di una misura temporanea e non permanente. Per queste ragioni, come parlamentari europei, abbiamo come obiettivo ben più ambizioso quello di una vera e propria regola d’argento permanente sugli investimenti sociali.

In sintesi, il tema del rapporto tra vincoli di bilancio e investimenti pubblici è di assoluta importanza ed è scorretto utilizzarlo alla ricerca di facili consensi, tanto meno di fronte a tragedie come quelle di Genova.

Al di là del fatto noto che le spese per la manutenzione delle infrastrutture da parte di Autostrade per l’Italia S.p.A. sono investimenti privati, che non riguardano la spesa pubblica, e quindi non rientrano nei suddetti vincoli di bilancio, è al più vero che spetta a chi è al governo – non a caso c’è un apposito ministero – il compito di vigilare sugli adempimenti. Di qui la risposta della Commissione Europea al ministro Salvini: “Per quanto riguarda la responsabilità sulla sicurezza delle infrastrutture stradali sul Trans-European transport network (Tent), di cui ponte Morandi fa parte, nel caso sia gestita da un operatore privato, è il concessionario ad avere la responsabilità della sicurezza e della manutenzione della strada”.

Attaccare immotivatamente l’UE per responsabilità che non ha, da un lato, contribuisce ad avvelenare ulteriormente la tragedia di Genova e, dall’altro, non fa chiarezza sui problemi che pur ci sono nell’UE.

Un conto quindi è discutere di Unione Europea e area Euro, di vincoli di bilancio e di investimenti pubblici, un altro è entrare a gamba tesa, da parte di chi ha precise responsabilità di Governo, nella tragedia di Genova gettando fango sull’avversario politico. Chi governa ha il compito di individuare soluzioni concrete e non di alimentare polemiche alla ricerca di qualche voto in più.

*Parlamentare europeo, Gruppo S&D

Caro Onorevole,

nel ringraziarla del suo contributo ricordiamo che la nostra testata è disponibile ad aprire un dibattito sul tema – anche per eventuali repliche – e a dare conto ai nostri lettori delle diverse posizioni politiche sulla questione del Ponte Morandi e, più in generale, sulla nota vicenda della c.d. “flessibilità” che l’Italia, sotto vari governi, invoca ormai da anni.

Simone Santucci