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La “faccia tosta” di Google fa passare in secondo piano il valore della privacy

Per migliorare la prossima generazione di sblocco del telefono con riconoscimento facciale, il colosso Usa offre pochi dollari per analizzare il viso di persone scelte a caso. Esperimento riuscito grazie alla scarsa educazione al valore dei propri dati personali

di Alessandro Alongi

A volte certe facce di bronzo non valgono neppure pochi centesimi, ma nella maggior parte dei casi un bel grugno può servire a guadagnare. Piccole cifre, beninteso, ma pur sempre qualcosa. Google, secondo indiscrezioni sempre più insistenti, sta conducendo una campagna negli Stati Uniti finalizzata a catturare l’espressione visiva di alcune persone e, grazie ad un sistema di intelligenza artificiale, studiarne le caratteristiche da applicare ad una nuova generazione di smartphone, prossimamente sul mercato.

A chi sceglie di sottoporsi a tale esperimento vengono richiesti solo pochi minuti di tempo in cambio di una modestissima ricompensa: 5 dollari. A tanto vale, secondo Big G, il patrimonio di dati che è possibile estrapolare dal volto di un individuo scelto a caso.

Non solo per la ricompensa economica, ma soprattutto per l’oscurità del trattamento dei dati personali, sta facendo discutere la sperimentazione del gigante di Mountain View, intenta in questi giorni a raccogliere quante più facce per calibrare al meglio il sistema di riconoscimento facciale che sarà attivo sui telefoni di prossima generazione. Bocce cucite, intanto, a Googleplex, il quartier generale di Google. In quanto a tali esperimenti il celebre motore di ricerca è in buona compagnia. Qualche anno fa è stato il turno di Amazon, rea di aver offerto una carta regalo di 25 dollari a chi fosse stato disposto a farsi scannerizzare il corpo, così da migliorare il sistema che rifinisce le taglie dei vestiti in vendita sul sito di e-commerce.

«Imago anima vultis». Se è vero, come diceva Cicerone, che il volto è lo specchio dell’anima e gli occhi ne sono rivelatori, di certo la propria immagine non può essere svenduta. La modalità di approccio nei parchi newyorkesi utilizzata da Big G è piuttosto banale, come raccontano diverse persone che hanno ricevuto tali lusinghiere attenzioni: «Ciao, lavoro per Google e stiamo raccogliendo dati per migliorare la prossima generazione di sblocco del telefono con riconoscimento facciale». Il prescelto, se non fugge prima e sceglie di aderire alla sperimentazione, verrà invitato a guardare all’interno di una scatola di media grandezza, fissando un punto imprecisato della custodia (al cui interno, con buona probabilità, si nasconde il prototipo del nuovo telefono). Una volta trascorsi 5 minuti arriva la (tanto attesa?) ricompensa.

Gli esperti hanno provato a dare una possibile spiegazione del processo, supponendo che Google usi tali dati per addestrare una rete neurale così da saper riconoscere cosa sia un volto. Se non è fantascienza poco ci manca.

La cosa sorprendente è la scarsa percezione delle problematiche privacy che tale sperimentazione impone. Che cosa succede, in effetti, all’immagine dei volti? Quasi nessuno sembra chiederselo, o forse a nessuno interessa. «Quando ho iniziato a pensare a Facebook nella mia cameretta di Harvard, in tanti si chiedevano: “perché mai dovrei mettere le mie informazioni online? Perché dovrei avere un sito personale?”. Poi è iniziata l’esplosione dei blog e di tutti gli altri servizi che permettono di condividere informazioni online. Le abitudini sociali evolvono nel tempo» dichiarava Mark Zuckerberg, fondatore e padrone indiscusso del più popolare social del mondo, centrando in pieno l’argomento: Internet sta ridisegnando la vita delle persone, agganciandoli alla rete e facendo trascurare loro il valore e l’importanza della riservatezza personale.

In ultima battuta, dunque, l’importante sembra essere che il pagamento dei 5 dollari avvenga subito, così da poter sorseggiare una birra gratis. Con buona pace della propria immagine ormai intrappolata per sempre in qualche oscuro server.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.