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Intervista esclusiva ad Ignazio Marino: “il vero male di Roma è la burocrazia che pone veti ovunque”

A Roma tutto è nelle mani della burocrazia e nel potere di veto che troppo spesso impedisce di sfruttare la straordinaria ricchezza della Capitale, allontanando investimenti e bloccando la crescita e lo sviluppo della città. Un giudizio che arriva dall’altra parte dell’oceano, da parte di chi questa città l’ha conosciuta e amata da vicino, avendo l’onore di governarla dallo scranno più alto in Campidoglio, in uno dei momenti più complicati della storia repubblicana della Città Eterna. A parlare a LabParlamento è il professor Ignazio Marino, sindaco di Roma dal 2013 al 2015, oggi tornato ad esercitare la sua professione di chirurgo negli Stati Uniti. Un colloquio cordiale concessoci dal chirurgo che parla a 360 gradi di America, Europa, integrazione, sanità e di Roma, senza entrare nel dibattito attuale, perché quella di Roma è una parentesi importante e prestigiosa nella carriera politica di Marino, ma la scelta di tornare negli Usa da due anni a questa parte, lontano dalle dinamiche della Capitale, non gli consente di esprimere un giudizio da vicino, nonostante la sua analisi lucida dei problemi di Roma sia quanto mai attuale.

di Daniele Piccinin

Professor Marino, le grandi metropoli americane offrono servizi e opportunità lavorative imparagonabili rispetto alle città europee, almeno a quelle italiane. Quanto è dura integrarsi per un cittadino italiano emigrato negli States?

Per un europeo integrarsi negli Stati Uniti oggi è molto diverso da com’era in passato. Agli inizi e alla metà del 900, quando una persona partiva, per esempio, dal porto di Napoli per andare a vivere negli Stati Uniti, i familiari la salutavano come si saluta una persona al suo funerale, perché sapevano che non l’avrebbero mai più rivista. Con gli strumenti di comunicazione che abbiamo oggi, cambia molto il modo in cui si emigra perché si possono vedere spesso i propri amici e familiari.
Oggi, per un Italiano non è così difficile integrarsi nella società americana. Lo stile italiano va molto di moda negli USA e gli Americani hanno una grandissima considerazione per la cultura italiana e l’Italianità in generale: per esempio, avere un accento italiano quando si parla la lingua americana o il modo di vestirsi e di cucinare è molto apprezzato e imitato.
Il problema di chi, come me, ha vissuto metà della vita adulta da questo lato dell’oceano e l’altra metà in Europa è che evidentemente a un certo punto rischia di non sentirsi completamente a casa in nessuno dei due luoghi: in Europa si sente la mancanza dell’efficienza e la semplicità organizzativa nelle cose pratiche degli USA, ma a volte negli Stati Uniti manca il dialogo culturale che c’è in Europa.

Sanità, rifiuti, trasporti: quali modelli di efficienza americana potremmo esportare in Europa e quali sono secondo lei gli esempi che gli Stati Uniti dovrebbero venire a studiare nel Vecchio Continente?

In Sanità, in Italia, oggi spendiamo l’8,9% (spesa pubblica e privata) del PIL, di poco al di sotto della media europea (9%). Negli USA, si spende invece il 17,8 % del PIL. (Fonte: OCSE). Nonostante questa enorme differenza di spesa, gli indici di salute pongono l’Italia in una posizione nettamente superiore agli USA. Questo non dipende certo dalla tecnologia o dalla tipologia di farmaci e terapie, ma dipende da un solo fattore: l’accesso universale alle cure. Un paziente diabetico in crisi ipoglicemica negli Stati Uniti viene sì assistito in pronto soccorso ma poi, spesso, se non ha un’assicurazione sanitaria privata viene abbandonato a se stesso. In Italia questo non avviene. In Italia esiste, inoltre, un’agenzia governativa come l’AIFA, che controlla il costo dei farmaci, mentre negli Stati Uniti non esiste nulla del genere e infatti alcuni farmaci hanno un costo elevatissimo e non possono essere alla portata di tutti coloro che ne hanno bisogno.
Riguardo alla questione dei rifiuti, credo che come questi vengano trattati dipenda dai modelli urbani ed è a quelli d’eccellenza che dovremmo guardare. Per esempio, il modello di San Francisco si sta avvicinando al concetto di “zero waste” (rifiuti zero) attraverso la raccolta differenziata e il riciclo di tutti i materiali. L’idea alla base è di trasformare il rifiuto da problema in ricchezza. Questo è un modello che purtroppo non esiste in tutte le città degli Stati Uniti. Anche per i trasporti negli USA ci sono situazioni urbane molto diverse: città dove si è sviluppata bene la rete metropolitana e altre dove lo sviluppo su rotaia non è avvenuto e gran parte del trasporto avviene ancora su gomma e, per giunta, su veicoli con alte cilindrate. Questo porta a un livello di emissioni che dovrebbe essere corretto al più presto o altrimenti continuerà a danneggiare il pianeta intero.
Purtroppo l’attuale governo statunitense tende a negare il fenomeno del riscaldamento globale. In questo gli Stati Uniti sono molto indietro rispetto all’Europa.

L’Europa sembra andare verso una chiusura delle frontiere. Viviamo sempre più in città blindate e per paura del terrorismo stiamo rinunciando ad investire sull’integrazione, creando veri e propri quartieri ghetto per gli immigrati. Dove può portarci questo nuovo modello di società chiusa al prossimo?

Su questo ho una visione molto netta, che non vuole essere una visione ideologica, bensì basata sull’osservazione razionale della realtà.
Nel 2009, proprio a Riace, incontrai un bambino di poco meno di 10 anni che era arrivato da solo dall’Afghanistan quando aveva 5-6 anni. Quando gli chiesi di raccontarmi i ricordi che aveva del suo viaggio, mi raccontò che sua mamma piangendo l’aveva affidato a persone sconosciute e gli aveva detto “voglio che tu cresca in un luogo dove non rischi di morire per una bomba, dove puoi studiare ed essere curato se ti ammali”. Da allora sono convinto che se perfino una madre accetta di separarsi da figlio perché spera che abbia un futuro migliore, la migrazione non si può fermare, né con le armi e né con i muri.
Io credo che l’Europa debba prendere una posizione responsabile rispetto alla situazione africana, dove il tasso di crescita demografica è elevatissimo e in continua crescita: nel 2050 la popolazione sarà di circa 2 miliardi e mezzo di abitanti. Viste le condizioni di vita nel continente africano, dovute per esempio al riscaldamento globale e alla desertificazione, le persone saranno sempre più costrette a spostarsi in altri continenti. Il modello di chiusura non potrà certo funzionare.

I numeri di LabParlamento parlano chiaro: Roma, con gli oltre 16mila senza fissa dimora, è la Capitale degli indigenti. Una situazione non più tollerabile. Ma effettivamente cosa può fare il Campidoglio per favorire accoglienza e sostegno alla povertà?

Il Campidoglio può fare molto riguardo alla distribuzione corretta degli alloggi di proprietà pubblica destinati ai residenti meno abbienti. Durante la mia amministrazione, tra il 2013 e il 2015, abbiamo stabilito e avviato la chiusura di quegli edifici in periferia in stato di grave abbandono che costavano ai fondi pubblici a metro quadro quanto appartamenti nel centro storico di Roma. Iniziammo ad offrire alle persone la possibilità di scegliere in quale appartamento vivere, dando loro dai 600 agli 800 euro al mese per pagare l’affitto. Questo aveva un duplice significato: volevamo utilizzare con accortezza il denaro pubblico e non creare ghetti dove ospitare la popolazione più povera, ma avere una visione diversa, orientata all’integrazione. Non so se questo progetto oggi continua o è stato interrotto, ma secondo me è ciò che può fare il Comune per i residenti per risolvere questo problema. Per il resto, risolvere l’emergenza abitativa per le migliaia di persone che arrivano in Italia, e che quindi non sono residenti a Roma, è una questione altrettanto importante, ma nell’ordinamento italiano è controllata dal Ministero degli Interni con il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

Alla povertà si unisce anche il tema del lavoro, con una disoccupazione che a Roma tocca il 9,8% ma soprattutto decine di grandi aziende che delocalizzano al nord, spesso proprio a Milano, uffici e sedi legali. Come si può fermare questa emorragia di risorse?

La ricchezza straordinaria che ha Roma, ricchezza archeologica, architettonica e culturale, è utilizzata, secondo me, in maniera ridicola rispetto alle sue potenzialità.
Roma ha tutti i requisiti per diventare il principale polo urbano di attrazione del pianeta per la cultura, l’arte e l’archeologia a cielo aperto.
Per come l’avevamo immaginata noi durante la nostra amministrazione, Roma sarebbe stata al centro di un processo di investimenti in cultura da parte di privati. Condividendo questa visione con il Ministero della Cultura, avevamo siglato un accordo.
Negli ultimi 100 anni, la divisione della gestione dei beni culturali tra soprintendenza (Comune) e la sovrintendenza (Ministero) ha creato un struttura a due teste che di fatto non permette grandi progressi e non attrae grandi investimenti, perché tutto è nelle mani della burocrazia e nel potere di veto di qualcuno.
Gli spazi di Roma dovrebbero essere utilizzati per eventi di grande qualità, come il concerto dei Rolling Stones al Circo Massimo nel 2014. L’evento fu criticato, ma i 70 mila spettatori che arrivarono in città per quell’occasione portarono in soli 4 giorni un indotto del valore di circa 20 milioni di euro.

A Roma ci sono sette poli universitari con centri di ricerca avanzati eppure tanti medici come Lei hanno scelto di andare all’estero per specializzarsi. Cosa manca a Roma e all’Italia per essere considerata un polo di ricerca di livello internazionale capace di bloccare la cosiddetta fuga di cervelli all’estero?

Qui dobbiamo distinguere tra medici che vanno all’estero per ragioni che riguardano il loro settore di specializzazione (io, per esempio, sono andato negli Stati Uniti perché volevo specializzarmi in un settore, quello del trapianto di fegato, che in Italia negli anni 80 ancora non esisteva), e chi decide di andare via dall’Italia perché qui non trova spazio.
Roma effettivamente ha 7 poli universitari e diversi centri di ricerca avanzati e d’eccellenza, ma purtroppo scontiamo la scarsa lungimiranza in materia di investimenti in Ricerca e Sviluppo. Il Consiglio Europeo ha espresso la raccomandazione di raggiungere entro il 2020 l’obiettivo di investire il 3% del prodotto interno lordo (PIL) in Ricerca e Sviluppo. Se osserviamo le tabelle del 2016 relative alla percentuale d’incidenza della R&S sul PIL, vediamo che l’Italia ha investito l’1,29 % del PIL, la Germania il 2,94%, gli Stati Uniti 2,79%. L’investimento maggiore è avvenuto nella Corea del Sud (4,23 del PIL). (Fonte: Eurostat)
È chiaro che se in Italia ci sono idee brillanti ma poi non esistono le risorse economiche per svilupparle, e invece queste sono disponibili in un altro Paese, un giovane o una giovane appassionati della loro materia di studio partiranno, rinunciando alla bellezza dell’Italia e ai loro affetti.