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Perché secondo l’Inps si rischia il big bang previdenziale

La spesa per le pensioni dei lavoratori dipendenti passerà da 143 miliardi a 297 in 20 anni.  Importante la leva del “secondo pilastro” per sostenere il potere di acquisto dei futuri pensionati. 8 milioni di italiani sono iscritti alle vari forme previdenziali complementari, versando in media 2.630 euro l’anno ognuno

di Stefano Bruni

Nei prossimi 20 anni ci sarà il “big bang previdenziale”.

Almeno così dicono alcuni dati dell’Inps, anticipati nei giorni scorsi dal quotidiano il Sole 24 Ore.

Malgrado i contratti di lavoro siano sempre più “flessibili”, il fondo pensioni per i lavoratori dipendenti di fatto rappresenta il 45% di tutta l’intera voce di spesa che riguarda le pensioni.

Quest’anno verranno pagate 8,6 milioni di pensioni, per un importo medio di 14,700 euro lordi all’anno. Totale, circa 143 miliardi di spesa.

Tra venti anni, cioè nel 2039, secondo le stime Inps le pensioni da pagare saranno 9 milioni e 300 mila solo per il fondo dipendenti (+ 7 per cento).

Il valore medio poi è previsto in salita, addirittura a quota 27 mila euro lordi annui.

E così non basteranno più i 143 miliardi di quest’anno, ma ce ne vorranno il doppio (297 miliardi di euro). E così se oggi la spesa previdenziale occupa il 16% del Pil, nel  2040 potrebbe arrivare a toccare quota 20 per cento.

Se queste stime vengono lette alla luce dei richiami dell’ Unione europea a proposito dei conti italiani, certamente evidenziano un problema.

Non pare neanche sufficiente l’entrata a pieno regime del sistema contributivo che, tra l’altro, di problema ne determinerà un altro: il basso tasso di sostituzione e cioè il rapporto tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione che sarà liquidata nei prossimi anni a chi riuscirà a trovare la “finestra” per uscire dal mercato del lavoro.

La sostenibilità dei costi previdenziali è, ma soprattutto sarà, un problema per questo Paese che invecchia e che continua ad avere grossi problemi sul fronte occupazionale.

E il problema sarà, come si diceva, anche in termini di disponibilità economiche e dunque di potere di acquisto per i prossimi pensionati che probabilmente, come già avviene, penseranno di rifugiarsi in qualche Paese dove il sistema fiscale consente di recuperare qualche euro.

L’alternativa è quella di pensare per tempo ad una “integrazione” della propria, futura pensione.

I dati disponibili, illustrati in questi giorni dal Presidente della Covip Mario Padula, non sono però entusiasmanti.

È vero, i fondi pensione crescono, almeno in dimensione, ma la crisi ha messo in mora il 25% degli iscritti che non sono riusciti ad effettuare i versamenti degli anni precedenti. Chi invece è riuscito a rispettare gli impegni in termini di versamenti ha perso, per colpa dello spread e del deludente andamento dei mercati,  tra il 2,5% (per gli aderenti ai fondi negoziali) e il 4,5% (aderenti ai fondi “aperti”). Ancora peggio, poi, è andata a chi ha sottoscritto i nuovi Piani individuali pensionistici (i cosiddetti Pip di ramo III, collegati al rendimento di altri fondi interni). La flessione in questo caso è stata del 6,5%.

Nonostante tutto però, gli italiani sembra stiano comprendendo quanto sia importante la previdenza integrativa: gli iscritti sono arrivati ad essere 7,9 milioni, il 4,9% in più dell’anno precedente.

Ma come spesso accade nella penisola italiana, anche se i dati generali sembrano buoni, resta il problema dei gap territoriali, di genere e generazionali. Le donne, per esempio, sono infatti poco più del 38% degli iscritti, la cui maggioranza, il 56,8%, risiede al Nord, mentre gli under 35, quelli che avranno più necessità di attaccarsi alla ciambella di salvataggio del secondo pilastro, sono di un terzo inferiori ai lavoratori più maturi.

In aumento del 3% anche le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari, che si attestano a 167 miliardi di euro, mentre i contributi incassati ammontano a 16,3 miliardi di euro (pari a un contributo di 2.630 euro ad iscritto), contro gli 8,6 miliardi di valore delle voci in uscita.

Gli italiani cominciano dunque ad essere più “previdenti”, speriamo non sia troppo tardi…

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni

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