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È iniziata la crisi dei social media?

Rallenta la crescita dei principali social network alle prese con scandali, fake news e fuga degli utenti. Cosa sta succedendo nell’ecosistema digitale?

di Alessandro Alongi

Continua senza sosta la lenta ma inarrestabile discesa – quanto a iscritti e popolarità – dei principali social media, mezzi di comunicazione ormai tutt’uno con la nostra quotidianità.

Persino un gigante come Facebook ha registrato nei giorni scorsi un brusco stop in Borsa, evidenziato in occasione della presentazione del rendiconto relativo al secondo trimestre 2018. In una sola giornata Wall Street ha «bruciato» qualcosa come 126 miliardi di dollari, segnale di una chiara perplessità dei mercati di fronte alle ultime strategie di Mark Zuckerberg che, benché abbiano prodotto un aumento dei ricavi, non sono state in linea con le attese degli analisti (13,2 miliardi di dollari, contro un pronostico di 13,3). Anche gli utenti attivi quotidiani, attestati a 1,47 miliardi, deludono gli addetti ai lavori, che prevedevano un’asticella a 1,49 miliardi. Si tratta sempre di numeroni, sia ben chiaro, ma forse indicativi di un’inversione di rotta, il possibile inizio di una mutata coscienza globale sul mondo dei social.

Analoghi problemi anche per Twitter. A dispetto dello smodato uso di questo popolare social da parte del Presidente Donald Trump, l’uccellino blu più famoso al mondo, ideato dallo statunitense Jack Dorsey, non canta più con lo stesso vigore di una volta. Venerdì scorso il titolo ha ceduto il 20,5% dopo il check up finanziario sullo stato di salute sulla piattaforma.

Nel mondo gli utenti Twitter attivi sono ormai da parecchio tempo assestati intorno a 335 milioni, contro i 2,2 miliardi di Facebook e i 1,5 miliardi di YouTube. Anche l’Italia sembra seguire l’andamento planetario: secondo i dati del Censis, una quota marginale degli italiani utilizza Twitter (13,6%, pari a 7 milioni di profili) superato pure da Instagram in forte ascesa negli ultimi tempi soprattutto nelle giovani generazioni (nel 2015 era al 9,8% e oggi è al 21%).

Le analisi sul declino sul mondo dei social si sprecano. Per Facebook certamente pesa lo scandalo Cambridge Analytica e, in generale, le politiche di gestione della privacy di questo «re» del network digitale. Ma non secondario appare anche lo scarso appeal che il popolare social riveste nei confronti dei giovani. Nel solo 2017 il numero di giovani americani tra i 12 ed i 17 anni è calato del 9,9%, interessati maggiormente a piattaforme «istantanee» come ad esempio Snapchat.

Altra nota dolente l’abbandono di ogni forma di controllo verbale con il conseguente imbarbarimento delle discussioni sulle piattaforme, cosa che sta decretando l’abbandono in massa di utenti, soprattutto da Twitter.

Ultima, ma soltanto in ordine di tempo, a dire addio ai 280 caratteri Maggie Haberman, giornalista del New York Times e premio Pulitzer che, in un lungo editoriale sul quotidiano della Grande Mela ha annunciato lapidaria «Lascio Twitter. Non fa più per me». Alla base delle accuse della reporter il clima di odio e di incitamento alla violenza che ormai spadroneggiano sul social network: «La piattaforma è cambiata. Cattiveria, rabbia tossica partigiana, disonestà intellettuale, sessismo sono a livelli mai visti prima. La libertà di espressione ormai è sinonimo di livore».

Ma non sono soltanto questi i dolori di Twitter. Account fake e profili troll rappresentano la più grave minaccia per il social americano che soltanto negli ultimi tre mesi ha sospeso più di 70 milioni di account, tenuti in vita unicamente da anonimi con l’unico obiettivo di diffondere false notizie e provocare risse incitando all’odio e alla violenza (dopo questo nettoyage il Presidente Trump ha perso 300 mila seguaci, mentre quasi 3 milioni sono stati i follower persi dalla cantante Katy Perry).

Il dibattito che ne è seguito ha evidenziato come sia forte, oggi, il rischio di anteporre l’innovazione tecnologica alla verità, finendo così per perdere definitivamente la coscienza critica. Umberto Eco poneva chiaramente questo punto di attenzione, sottolineando i rischi dell’inquinamento proprio della verità. «Twitter», ragionava lo scrittore, «da diritto di parola a tanti imbecilli che prima si limitavano al bar dopo un bicchiere senza danneggiare la collettività e venivano zittiti. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Nobel, e come faccio a star sicuro di stare seguendo proprio Rita Hayworth e non un maresciallo dei carabinieri in pensione che si finge Rita Hayworth?».

E continuando di questo passo, sul web, più che cinguettii si udiranno soltanto flebili pigolii.