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Indice Ue sulle performance digitali: Italia al 24^ posto (su 28 Stati membri)

Pubblicata la relazione annuale sull’indice di digitalizzazione 2019 DESI. Molte le differenze tra i singoli Paesi europei. Italia in affanno. Poche competenze ma migliora la connettività. Bene il 5G

di Maria Carla Bellomia

Si può misurare la prestazione digitale di uno Stato in termini economici e sociali? Secondo l’Unione europea sì.

Dal 2015 la Commissione Ue ha infatti messo a punto un indice, il Digital Economy and Society IndexDESI, che ogni anno calcola e monitora i progressi compiuti dai Paesi membri dell’UE in termini di competitività digitale. Il risultato è una fotografia delle performance digitali dei Paesi membri, in una classifica guidata quest’anno dalla Finlandia, con la Bulgaria fanalino di coda.

Il punteggio assegnato agli Stati membri dall’indice per il 2019  deve essere letto tenendo in considerazione i cinque indicatori-chiave su cui si basa il DESI per la misurazione delle prestazioni dei rispettivi Paesi dell’UE: connettività, capitale umano, uso dei servizi internet, integrazione delle tecnologie digitali eservizi pubblici digitali.

La somma dei punteggi totalizzati dai singoli Stati dell’UE in ciascuna delle dimensioni analizzate dal DESI, ci dà l’idea della performance digitale di quel Paese preso complessivamente in considerazione: e così la Danimarca totalizza il punteggio più alto nella copertura e diffusione della banda larga, mentre la Finlandia è in cima alla classifica, seguita da Svezia, Lussemburgo ed Estonia, per sviluppo del capitale umano, inteso come capacità di sfruttare al meglio le possibilità offerte dal digitale.

Profonde le differenze che permangono tra i paesi europei nell’utilizzo dei servizi Internet: ancora una volta sono i Paesi scandinavi a trainare l’Unione, mentre Romania, Bulgaria e Grecia hanno i cittadini meno attivi per quanto riguarda l’uso del web.

C’è poi il capitolo dedicato all’e-commerce e all’uso di servizi cloud, dove a sorpresa c’è l’Irlanda – seguita dai Paesi Bassi e dal Belgio – in testa alla graduatoria per capacità da parte delle imprese di integrare le tecnologie digitali.

Infine, sul fronte dei servizi pubblici digitali, – indice che misura, tra gli altri indicatori, la percentuale degli utenti cd. “eGovernment”, i servizi digitali pubblici per le aziende e quelli di sanità digitale, compreso lo scambio di dati tra i medici e di ricette digitali – la Finlandia ottiene i risultati migliori, seguita da Estonia, Paesi Bassi e Spagna.

E l’Italia? Nella valutazione complessiva effettuata dall’indice, il nostro Paese è quint’ultimo , in posizione stabile rispetto allo scorso anno, prima di Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria. Nonostante i risultati al di sotto della media dell’UE, in materia di connettività e servizi pubblici digitali, l’Italia totalizza buone performance nella disponibilità di servizi pubblici online e open data e nella diffusione dei servizi medici digitali. In crescita poi la copertura e la diffusione dell’utilizzo della banda larga veloce e l’assegnazione dello spettro 5G.

Ma a preoccupare di più, non solo a livello nazionale ma su tutta l’area dell’Unione europea, sono i numeri relativi alle (scarse) competenze digitali: tre cittadini su dieci non utilizzano Internet abitualmente e più della metà della popolazione italiana non possiede competenze digitali di base. Questo dato incide negativamente anche sull’attività di vendita online da parte delle PMI italiane, più bassa rispetto ai competitor europei, dove l’utilizzo del web è mediamnete più diffuso.

La sfida principale per l’Europa rimane quella di colmare questo deficit tra la domanda e l’offerta di competenze digitali, affinchè quest’ultime siano realmente adeguate a un mercato del lavoro moderno: basti pensare che, sebbene la maggior parte dei posti di lavoro richieda almeno abilità digitali di base, più di un terzo della forza lavoro attiva in Europa non le possiede e solo il 31% ha sviluppato competenze avanzate nell’uso di Internet. Allo stesso tempo però, in tutta l’economia europea, c’è una crescita della domanda di competenze digitali avanzate, con l’aumento di 2 milioni del numero di specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) occupati negli ultimi 5 anni nell’UE.

C’è poi la questione della differenza di genere, che si fa sentire anche in ambito digitale: secondo il Women in Digital Scoreboard, le donne sono solo il 17% degli specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), continuano a guadagnare il 19% in meno rispetto agli uomini, e questo nonostante un aumento della loro partecipazione nel settore delle TIC rafforzerebbe l’economia digitale nel suo complesso.

Se l’Unione europea vuole quindi essere davvero competitiva a livello mondiale, deve accelerare la propria velocità della trasformazione digitale: per fare questo ci vogliono riforme che promuovano la connettività, l’economia dei dati e i servizi pubblici digitali.

Non a caso, i Paesi dell’UE che hanno perseguito obiettivi ambiziosi, in linea con la strategia europea per il mercato unico digitale dell’UE, attraverso l’impiego di investimenti adeguati, hanno fatto conseguire i migliori risultati sul campo.

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia, romana, classe 1985. Laureata con lode in Studi Europei presso la Sapienza di Roma, si è specializzata presso la medesima Università in Diritto parlamentare e delle Assemblee elettive. Attiva nel settore delle Relazioni istituzionali e del Public Affairs, dopo alcune esperienze formative di studio e di lavoro all’estero per organismi comunitari, dal 2013 collabora con un Gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati, per il quale si occupa principalmente di monitoraggio e di drafting legislativo in materia di politiche dell’Unione europea, con particolare riguardo ai profili di adeguamento della normativa nazionale all’ordinamento comunitario. Collabora con LabParlamento dal 2017.
Maria Carla Bellomia