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Indagine conoscitiva sui Big data: nuove prospettive per i mercati digitali

Il fenomeno è un prodotto della digital trasformation, la cui disponibilità e capacità di elaborazione è suscettibile di generare nuove forme di potere che vanno oltre il mercato, sfidando la tenuta dei sistemi democratici. Uno scenario, che richiede un cambiamento nelle strategie regolatorie

di Giovanni Crea

Le traiettorie evolutive delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) sono giunte a dotare di ‘intelligenza’ perfino gli elementi “non biologici” dell’ambiente – fenomeno, questo, meglio conosciuto con la locuzione internet of things – in tal modo determinando un ampliamento delle fonti di produzione di dati (strumenti, macchine, impianti, contatori).

Le Ict, dunque, abilitano le persone e “le cose” a codificare la realtà – anche quella personale (la privacy) – ossia a tradurla in dati attraverso il software, ed a trasferire tali dati tra i nodi delle reti di telecomunicazioni. Il carattere massivo delle attività effettuate con l’ausilio delle Ict (invio di messaggi, ricerche attraverso i motori, pubblicazioni sui social media, acquisti on line) si esplica nella generazione di grandi e varie quantità di dati (personali e non, strutturati e non strutturati) la cui utilità per l’economia e la società è ampiamente argomentata nella letteratura. E’ un processo di natura esponenziale che nel 2018 ha prodotto un volume pari a 28 zettabyte (ZB; 1 zettabyte equivale a 1021 byte) e che, stando alle previsioni dell’indagine conoscitiva sui big data recentemente pubblicata, nel 2025 toccherebbe il livello di 163 ZB.

La data economy ha preso forma proprio da queste dinamiche di digital trasformation, caratterizzandosi per un approccio basato sull’uso dei dati (data driven). Nella prospettiva di questo modello, dunque, il trattamento dei dati è un’attività che si integra e si confonde con quella operativa per comprendere i complessi bisogni dei consumatori, differenziare il prodotto, conquistare quote di mercato. E i dati hanno finito per assumere la valenza di una materia prima essenziale per l’innovazione di prodotto e di processo, l’efficienza produttiva, il tracciamento dei prodotti.

L’indagine conoscitiva sui big data, avviata nel 2017 congiuntamente dalle autorità garanti delle comunicazioni, della concorrenza e della protezione dei dati personali ci avverte, però, che se da un lato l’impiego di queste grandi masse di dati implica notevoli vantaggi per le imprese, dall’altro prelude a comportamenti dei detentori suscettibili di integrare violazioni delle regole sotto i profili della protezione dei dati personali (e dei diritti e libertà delle persone fisiche), della concorrenza, della tutela del consumatore. Al riguardo, l’indagine segnala come la disponibilità, in particolare, da parte degli operatori digitali attivi su scala globale, di grandi volumi e varietà di dati e la capacità di analizzarli ed elaborarli con l’impiego di algoritmi di profilazione fornisca a tali figure un’opportunità di sfruttamento per  scopi commerciali di portata tale da generare nuove forme di potere, inteso non solo in senso antitrust (potere di mercato), ma più in generale come potere tout court che potrebbe perfino mettere alla prova la tenuta dei sistemi democratici.

Sul piano della regolamentazione, il rapporto finale delle tre autorità lascia intuire come il fenomeno big data possa indurre un cambiamento nelle strategie regolatorie; cambiamento che – lo stesso rapporto lo sottolinea – parte dall’istituzione di un “coordinamento permanente” fra i tre garanti. Sotto questo aspetto, la regolamentazione dei mercati dell’economia digitale dovrà agire in modo organico, orizzontale, integrando nella valutazione dei comportamenti degli operatori i profili delle discipline antitrust, del trattamento dei dati personali, delle comunicazioni elettroniche e delle pratiche commerciali delle imprese. Non si può escludere – per fare un esempio – che il trattamento di una gran massa di dati che risulti non conforme al GDPR possa rappresentare il presupposto per una violazione del diritto della concorrenza. Si pensi, in tal senso, alla profilazione di un gran numero di consumatori (non giustificata da un legittimo interesse del titolare) il cui scopo è quello di attuare strategie di discriminazione di prezzo per incrementare i profitti; comportamento, quest’ultimo, che, se posto in essere da operatori dominanti dell’economia digitale, dal punto di vista del diritto della concorrenza denota un profilo di abuso di posizione dominante, noto come “abuso di sfruttamento”.