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Immobili pubblici: il Tesoro punta ad incassare 1,2 miliardi

La sede del Ministero dell'Economia a via XX Settembre

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto riguardante le dismissioni di parte del patrimonio. Il piano prevede il recupero di 950 milioni nel 2019 e di 150 milioni nel biennio 2020-2021. In agenda anche le risorse derivanti dalle alienazioni della Difesa e dai fondi di Invimit

di Stefano Bruni

È arrivato il 16 luglio in Gazzetta Ufficiale il Decreto del Ministero dell’Economia relativo al piano di dismissioni degli immobili pubblici.

In origine, il decreto, previsto dalla legge di bilancio 2019, era atteso entro la fine di aprile, ma come spesso accade, i tempi si sono allungati.

Una cosa però è certa, il piano, già adottato con apposito DPCM, determinerà una serie di effetti sulla finanza pubblica.

Il primo effetto è (o dovrebbe essere) l’abbattimento diretto di una parte del debito dello Stato (oggi pari a 2.364,7 miliardi, secondo i più recenti dati di bankitalia).

Per ora il piano prevede un certo numero di immobili il cui valore stimato è di circa 1,2 miliardi di euro, nell’obiettivo di conseguire introiti per 950 milioni di euro nel 2019 e per 150 milioni di euro nel 2020 e nel 2021.

Una goccia nel mare del debito pubblico italiano, secondo i più scettici e critici. Un primo passo per i più ottimisti, anche se sulle cifre ci sono ancora incertezze.

Nel Def il Governo aveva infatti previsto “…introiti da privatizzazioni e da altri proventi finanziari per circa 1 punto percentuale del Pil nel 2019 e dello 0.3 per cento nel 2020“, ma questa voce varrebbe circa 16-17 miliardi che oggi non pare ci siano.

In generale, comunque, diversi soggetti saranno coinvolti nel piano, tutti con il compito di cedere e valorizzare gli immobili.

In primis l’Agenzia del Demanio che ha individuato 420 immobili e terreni di proprietà dello Stato, non utilizzati per finalità istituzionali, per un valore pari a 420 milioni di euro e le cui procedure di dismissione partiranno a giorni con la pubblicazione dei primi bandi di vendita, tramite asta pubblica rivolta a investitori e cittadini, che interesseranno circa 90 immobili di quelli inseriti nella lista prevista dal decreto.

Gli investitori in cerca di affari nel settore immobiliare stanno infatti monitorando in questi giorni il sito dell’agenzia del Demanio (sezione “Piano Vendite Immobili dello Stato”) dove è possibile vedere tutti i dettagli sui beni in vendita, le informazioni sui bandi di gara e reperire i contatti utili per l’assistenza.

Qui gli interessati potranno trovare immobili come la villa di Camogli (pochi chilometri a Est di Genova), affacciata sul Golfo del Tigullio così come la “Villa Camerata” di Firenze, immersa nel parco alle pendici della collina di Fiesole. O ancora, l’ex Convento di San Salvador a Venezia, tre piani e due chiostri interni vicino al Ponte di Rialto, nel sestiere di San Marco, riconosciuto come patrimonio mondiale Unesco. O, ancora, potranno imbattersi nell’ex stabilimento di esplosivi della Spea a Narni.

In verità però l’operazione è già partita ad inizio anno ad opera dell’Agenzia del Demanio che ha ceduto altri 1.200 beni con valore unitario minore, per un totale di circa 38 milioni di euro.

Per questo tipo di operazioni, però, gli avvisi e i bandi di gara sono regionali e le trattative, ove previsto dalla normativa, dirette.

Complessivamente quindi l’Agenzia del Demanio procederà all’alienazione diretta di 1.600 immobili per un valore complessivo di 458 milioni di euro.

Un contributo per un valore stimato di 160 milioni di euro per circa 40 unità arriverà poi dal Ministero della Difesa.

Invimit Sgr invece, società partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, gestirà la dismissione di immobili di provenienza pubblica conferiti ai fondi immobiliari da essa gestiti.

L’importo stimato in questo caso è di 610 milioni di euro, di cui 500 milioni attraverso la cessione di quote dei fondi e 110 milioni attraverso la vendita diretta di immobili con un’innovativa procedura di asta.

L’operazione in generale mira a “fare cassa”, ma anche a migliorare il debito degli enti locali e, cambiando la proprietà e la destinazione d’uso di alcuni edifici, a incentivare il recupero di beni non utilizzati, assicurando ricadute positive in termini di investimenti e occupazione all’economia locale e nazionale.

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni