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“I tagli indeboliscono la nostra politica estera. Siamo troppo impegnati sul fronte interno”. L’intervista all’ammiraglio De Giorgi

Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato maggiore della Marina

I tagli indeboliscono l’impegno dell’Italia in politica estera. La nostra classe politica appare più concentrata sulla gestione degli affari interni del Paese, mentre sarebbe importante non delegare la responsabilità della sicurezza e dell’interesse nazionale prima agli Usa e poi eventualmente all’Europa”. A sostenerlo è l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo di stato maggiore della Marina Militare

di Daniele Piccinin

I tagli al bilancio della Difesa, in linea con gli ultimi governi, vanno letti come un semplice segnale di razionalizzazione della spesa o rappresentano qualcosa di diverso per il nostro Paese?

L’irrilevanza militare Italiana, sia in termini di mezzi che forse soprattutto della volontà e credibilità di un suo impiego per operazioni d’interesse nazionale, è senz’altro uno dei fattori di debolezza che rende difficile per l’Italia sviluppare politiche funzionali autonome, in scenari di profonde crisi e situazioni complesse come sono quelli dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente.

Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato maggiore della Marina

Sta dicendo che l’Italia ha rinunciato ad avere una politica estera?

Quello che molti economisti ed esperti di politica oggi studiano è proprio la mancanza tra gli Stati moderni di una politica estera di grande respiro. Dagli Stati Uniti alla Francia, all’Italia, il mondo sembra oggi essere percepito come un magma ingovernabile la cui sfide sfuggono alla capacità di pianificazione dei Governi. Quasi tutti i Paesi importanti dell’Occidente, infatti, preferiscono subordinare le scelte di politica estera alle necessità immediate di politica interna.

Una crisi d’identità visto il ruolo strategico in termini di diplomazia che ha sempre ricoperto l’Italia, ma anche un segnale preoccupante per la già fragile Europa, non crede?

Questa crisi di visione evidenziata dall’Occidente non trova riscontro in Oriente. Russia, Cina, Turchia hanno definito e stanno attuando linee d’azione di lungo periodo frutto di precise strategie che danno coerenza e incisività alla loro azione sia nel campo militare che in generale di politica estera, come si vede in Siria, in Mediterraneo, nel Mar della Cina, in Africa Orientale, via della seta inclusa.

E l’Europa?

Dopo aver costruito un grande mercato, garantito diritti e libertà fondamentali dei propri cittadini, aver costruito le basi di una comune politica economica, il processo sembra essersi ormai fermato. Per rilanciare la forza dell’Unione Europea servirebbe la completa rinuncia alla sovranità nazionale dei singoli Stati, per dare vita a una federazione di Regioni semi-autonome, ma non troppo, con la Politica estera, militare e macroeconomica guidata da un Governo centrale. Dopo la rinuncia a batter moneta, sarebbe quindi necessario perdere un altro dei pilastri identificativi di una nazione indipendente, le proprie Forze Armate.

E l’Italia come si pone in questa prospettiva?

Per molto tempo l’Italia ha visto con favore questa ipotesi in quanto come stato sconfitto dagli alleati si trattava di perdere poco, in quanto Nazione già a sovranità limitata, peraltro insofferente verso il mondo militare. La nostra classe politica vedeva con favore tale ipotesi per potersi concentrare sulla gestione del potere, senza la responsabilità della sicurezza e dell’interesse nazionale, in quanto delegate prima agli Usa e poi eventualmente all’Europa. Oggi il nazionalismo sta rinascendo in un’Europa indebolita dall’allargamento del suo perimetro a 28 nazioni assai poco uniformi sotto il profilo culturale e dei valori fondanti. Da un’Europa a 6 popoli di matrice Latina e Germanica si è passati, non a caso, sotto la spinta americana dell’amministrazione Bush al coacervo attuale.

Quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia in questo scenario?

Da un punto di vista geopolitico il nostro Paese è una terra di “mezzo”: non al centro della massa continentale europea come la Germania o la Francia, non più frontiera avanzata dell’Impero americano, ma pur sempre il prolungamento meridionale dell’Europa verso un mare tuttora importante come il Mediterraneo. Da questa posizione, l’Italia ha sempre dovuto guardarsi contemporaneamente sia dall’Occidente sia dall’Oriente. Di qui la naturale predisposizione alla duplicità del nostro stare in Europa, vista dai partner come doppiezza levantina nel cercare di giocare contemporaneamente su più tavoli. Il venir meno dell’interesse degli Stati Uniti verso l’Italia, unitamente alla rinuncia al multilateralismo, implicita nella deriva sovranista, espone la natura di vaso di coccio dell’Italia fra vasi di ferro nell’arena internazionale.

Cosa dovrebbe fare la politica per rilanciare il nostro Paese in campo internazionale?

Yalta aveva affidato l’Italia alla tutela degli Stati Uniti, che hanno determinato la nostra politica estera dalla rovinosa sconfitta della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, consentendo alla nostra classe politica di concentrarsi sulla sola politica interna, coerentemente con lo status di un Paese sconfitto e occupato/garantito militarmente dalle Potenze vittoriose. Con il venir meno della garanzia e della tutela dello “Zio Sam”, sarà la nostra nuova classe dirigente capace di affrontare le conseguenze che la ricerca di sovranità nazionale imporrà? Dall’ennesimo taglio al bilancio della Difesa, non sembrerebbe di percepire alcun cambiamento per adeguare la difesa nazionale alla fine dello scudo del multilateralismo. Se invece vogliamo preservare la nostra sovranità non abbiamo altra scelta: dobbiamo sviluppare e sostenere Forze Armate credibili investendo molto di più nella Difesa Nazionale.