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Fuoco alle polveri

La crisi Usa-Iran potrebbe avere pesanti ripercussioni sull’Europa

di Pietro Quercia

Ancora una volta ci ritroviamo con una profonda crisi in Medio Oriente, in un’area dove i venti di guerra sembrano non cessare mai. Lo scontro che si profila all’orizzonte tra Iran e Stati Uniti non è che l’ultimo di una lunga serie, che ad alcuni pareva destinata a scemare visto il calo d’importanza della regione negli ultimi anni. Il MENA (Middle East and North Africa), infatti, non riveste più quel ruolo strategico dal punto di vista commerciale ed energetico che aveva fino a pochi decenni fa, soprattutto per gli Stati Uniti.

La riaccensione dello scontro, fino a poco tempo fa solo verbale, ora anche militare, tra Teheran e Washington è difficilmente interpretabile dagli analisti. La confusione è alimentata, tra le altre cose, dalla storica posizione di Trump, espressa sia in campagna elettorale nel 2016 sia anche recentemente, contro le inutili guerre in Medio Oriente. Alcuni sostengono che lo scopo sia quello di distrarre l’opinione pubblica americana dalla procedura di impeachment a suo carico, altri ritengono che giochi a suo favore in vista delle elezioni presidenziali del prossimo autunno, spingendo il Paese a “rallying around the flag” (stringersi attorno alla bandiera).

Anche se non si conoscono le reali ragioni, le conseguenze sono evidenti. A seguito dell’assassinio in terra irachena del generale iraniano Soleimani, esponente di primo piano del governo e dell’esercito, Teheran ha annunciato l’intenzione di abbandonare definitivamente il JCPOA, il trattato internazionale che limitava lo sviluppo del nucleare iraniano, azzoppato in realtà già da mesi dall’uscita unilaterale degli Stati Uniti. La notte scorsa (mercoledì 8 gennaio 2020), l’Iran ha dato via all’operazione di ritorsione Soleimani Martire lanciando decine di missili contro due basi militari americane in Iraq. La scelta di questi siti però è indicativa: le due basi, secondo un analista della CNN, sarebbero remote e di secondaria importanza se l’obiettivo fosse stato quello di eliminare soldati americani. In questo modo Teheran avrebbe mostrato i muscoli reagendo militarmente senza però esacerbare la situazione fino al punto di non ritorno.

Tra le altre cose questo scontro sta ricompattando il governo iraniano, in forte crisi negli ultimi mesi a seguito delle centinaia di proteste che hanno attraversato il Paese a causa delle pesanti sanzioni economiche. Dal punto di vista strategico internazionale, quindi, non sembra una grande mossa quella di Trump. Oltre a ciò, l’assassinio di Soleimani ha spinto il Parlamento iracheno ad approvare una risoluzione che chiede l’uscita dei soldati occidentali dal Paese, tra cui i seimila soldati americani. Nonostante la decisione debba venire confermata nei modi e nei tempi dal governo di Baghdad, essa potrebbe rappresentare un grave smacco all’amministrazione americana: in un colpo solo vedrebbe tramontato il proprio ruolo in un Paese dove ha speso più di mille miliardi di dollari tra la guerra contro Saddam e la successiva ricostruzione, lasciando al tempo stesso campo libero all’influenza iraniana.

L’assassinio del generale Soleimani, inoltre, non deve essere visto come i casi di Bin Laden o di Al-Baghdadi. Se questi ultimi due, infatti, erano fuorilegge latitanti riconosciuti come tali dalla comunità internazionale e anche dai loro Paesi nativi, Soleimani, al di là dei giudizi sul suo operato, era un legittimo rappresentante militare di una nazione sovrana. E se il diritto internazionale è ormai fluido rispetto alle decisioni delle superpotenze, l’atteggiamento degli alleati europei e internazionali al gesto americano è ben diverso rispetto ai casi precedenti.

Ma cosa rischia l’Italia in questo fronte? Oltre all’ovvio pericolo per i nostri quasi mille soldati stazionati in Iraq con compiti di addestramento militare alla polizia irachena e in missioni di contrasto anti-Daesh, l’Italia rischia molto dal punto di vista economico ed energetico, considerando anche il secondo fronte caldo della Libia.

Da questi due Paesi l’Italia importa più del 30% del petrolio e oltre il 20% del gas naturale necessario ai nostri fabbisogni energetici. Da ricordare, tra le altre cose, che l’Iran fino a pochi anni fa era il nostro secondo fornitore petrolifero, prima che le sanzioni americane rendessero impossibile commerciare con il Paese. Fino al 2017, infatti, l’Italia era uno dei primi partner commerciali europei dell’Iran, raggiungendo i sette miliardi di euro di interscambi prima delle sanzioni.

L’Europa si dimostra ancora una volta debole dal punto di vista della politica estera, dato che a quanto pare nessun alleato europeo era stato avvisato della mossa del Presidente Trump, nonostante i numerosi militari europei sul terreno. Gli interessi strategici tra Paesi europei e Stati Uniti sono sempre più divergenti in Medio Oriente. Se gli Stati Uniti sono ormai autosufficienti dal punto di vista energetico, quasi tutti i Paesi europei importano petrolio e gas dalla regione e le tensioni internazionali non fanno altro che aumentare il prezzo del petrolio, danneggiando le nostre economie. Inoltre, le guerre portano inevitabilmente a migliaia di rifugiati che si muoverebbero tramite le rotte migratorie nel Nord Africa e tramite la Turchia, provando verosimilmente a raggiungere l’Europa, non di certo gli Stati Uniti.

In attesa di assistere alle prossime mosse di Trump e dell’Iran, quindi, le capitali europee rimangono con il cerino in mano, in balia degli eventi, esprimendo al massimo vaghe condanne contro i comportamenti di una e dell’altra parte.

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