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Focus. Brexit: scatta l’ora dei negoziati. I “nodi” sul tavolo

Domani il Governo britannico invocherà ufficialmente l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per attivare la clausola di recesso dall’Ue

di Mara Carro

Con oltre una settimana di preavviso, per evitare la coincidenza con le celebrazioni del 60° anniversario dei Trattati di Roma e preparare i mercati, il primo ministro britannico Theresa May ha annunciato che domani, 29 marzo, comunicherà ufficialmente al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk di volersi avvalere della clausola di recesso contenuta nell’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita dalla Ue.

Da quel momento, serviranno circa due anni perché la Brexit sia effettiva: due anni – prorogabili previo accordo delle parti – che serviranno a Bruxelles e Londra per definire i termini di un’uscita ordinata della Gran Bretagna dall’Unione e regolare i futuri rapporti. In questo lasso di tempo il Regno Unito dovrà continuare a rispettare i regolamenti europei, ma non parteciperà più al processo decisionale dell’Unione.

In realtà nessuno sa veramente come funzionerà il processo della Brexit: l’articolo 50 è stato creato solo alla fine del 2009 e non è mai stato utilizzato. L’unico caso simile è quello della Groenlandia, che nel 1983 votò per l’uscita dalla Comunità economica europea, predecessore dell’Unione europea.  Ci vollero due anni per negoziare una “relazione speciale” che si basava su un accordo su un unico tema: la pesca. Nel caso di Londra si tratta di regolare una miriade di questioni economiche, commerciali e finanziarie ma non solo: i diritti dei cittadini dell’Unione europea e del Regno Unito, l’appartenenza dei vari organismi dell’Ue, il futuro dei dipendenti inglesi a Bruxelles.

Dopo il discorso di Theresa May nel gennaio scorso, sappiamo che il Regno Unito non ha intenzione di rimanere nel mercato unico dell’Ue. Anche se ci sono state speculazioni per mesi sulla questione, riassunta sui giornali dalla dicotomia “hard Brexit” o “soft Brexit”, la May ha spiegato che “Brexit significa Brexit” e sarà una “hard Brexit”. E dunque: uscita dal mercato unico, ritiro dalla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione europea, ripristino del controllo sull’immigrazione e recupero del controllo dei confini. Un divorzio netto dall’Ue, per dar corso alla volontà espressa dai cittadini britannici nel referendum del 23 giugno 2016. Una “soft Brexit” permetterebbe invece alla Gran Bretagna di accedere al mercato unico con un accordo speciale all’interno dell’Area economica europea, pena però l’accettazione della supremazia delle leggi comunitarie su quelle nazionali e il libero movimento dei lavoratori. I due scenari sono cruciali anche per determinare l’impatto economico che la Brexit avrà su Londra e sul resto dell’Ue.

Quando il Regno Unito lascerà l’Unione, Bruxelles perderà la sua più grande potenza militare, una potenza diplomatica, una delle sue due potenze nucleari, uno dei suoi due membri con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la sua seconda economia (che rappresenta il 18 per cento del suo PIL e il 13 per cento della popolazione), il suo unico centro finanziario veramente globale e uno dei dieci contribuenti netti al bilancio dell’Ue, insieme a Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia, Svezia, Austria, Danimarca, Finlandia e Irlanda. Per queste economie europee l’addio di Londra significherà un aumento degli oneri finanziari.

Senza la Gran Bretagna, ci sarà forse minore opposizione alla creazione di una politica europea di difesa, ma ci saranno anche meno capacità disponibili per le operazioni Ue e questo, paradossalmente, potrebbe rendere l’Unione ancora più dipendente dall’ombrello di sicurezza di Washington. In una Ue senza il Regno Unito, solo la Francia, come membro permanente del Consiglio di sicurezza, avrebbe una prospettiva veramente globale. Nonostante le sue clausole di opt-out nel settore della giustizia e degli affari interni e la non adesione all’Area Schengen, il Regno Unito è stato una forza trainante in alcuni dei passi più importanti per combattere il crimine e il terrorismo. La capacità degli altri Stati membri di affrontare il crimine organizzato transfrontaliero e il terrorismo internazionale si ridurrà, con effetti a catena sulla Gran Bretagna.

La Brexit potrebbe anche influenzare le relazioni transatlantiche: l’Europa potrebbe diventare un partner sempre meno dialogante con gli Stati Uniti, favorendo l’approccio della nuova amministrazione Trump a condurre negoziati bilaterali con i singoli Stati membri, bypassando Bruxelles. Molti aspetti delle relazioni transatlantiche, tuttavia, non cambieranno. Negli ultimi anni la Germania, paese dominante nella zona euro, è diventato il partner principale degli Usa nell’affrontare la crisi economica globale o nella risoluzione del conflitto in Ucraina. Parigi, invece, è diventato un alleato fondamentale in Medio Oriente, in Nord Africa e nel Sahel, mostrandosi più disposto rispetto al Regno Unito a intraprendere operazioni militari potenzialmente a rischio (in particolare in Mali).

Infranti il dogma dell’integrità dell’Unione e l’idea, una volta dominante, che l’integrazione europea sia un processo irreversibile, la sfida per l’Ue è ora in prima battuta politica.

Il rischio evidente è un effetto domino per cui altri partiti euroscettici in Europa avanzino richieste simili. I Paesi dell’Unione, specialmente quelli che affrontano una stagione elettorale, ma anche chi come l’Italia non è immune alle sirene dell’euroscetticismo, potrebbero avere un incentivo a massimizzare il costo politico ed economico dell’uscita per mostrare al proprio elettorato cosa significa voltare le spalle all’Ue.

Ma c’è anche il rischio che, con il venire meno dell’influenza britannica, la Germania possa trovarsi in una posizione ancor più dominante in Europa, aumentando tensioni e insicurezze tra i membri già diffidenti nei confronti di Berlino. La preoccupazione, inoltre, è quella di prevenire l’insorgere di ‘zona euro vs zona non euro’, ‘Nord vs Sud’, ‘Vecchia Europa vs Nuova Europa’, ‘nucleo vs periferia’ o geometrie simili. Alcuni temono che l’Unione europea, senza la Gran Bretagna, sarà più libera di procedere verso la creazione di un super-stato europeo. Altri sperano che la Brexit possa essere l’inizio della fine del progetto comunitario. Altri ancora, invece, si augurano che l’uscita di Londra costringa l’Ue a un serio esame di coscienza culturale, progettuale, politico, istituzionale e che le tante belle parole di riconnessione con i cittadini innescate non rimangano tali.

Fare previsioni di carattere economico-finanziario in questa fase è prematuro. Anche perché saranno gli sviluppi politici delle trattative, e in particolare i risultati delle elezioni francesi e tedesche che influenzeranno la posizione assunta dai leader europei quando arriverà il momento critico dei negoziati nel 2018, a definire le implicazioni di medio periodo della Brexit, anche per l’Italia. Di certo, l’Europa non può permettersi una rottura con la Gran Bretagna e molto probabilmente Londra e Bruxelles raggiungeranno un accordo commerciale e manterranno stretti legami economici e militari. In questo senso va inquadrata la recente rivelazione del Financial Times di “un nuovo accordo sulla cooperazione nella difesa e la sicurezza tra Gran Bretagna e Germania”.

Tuttavia, come in ogni divorzio che si rispetti, un nodo del contendere sarà quello economico. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, in un’intervista con la Bbc, ha promesso un negoziato “amichevole”, ma ha anche confermato che Londra dovrà pagare un conto. Juncker non ha dato cifre e non ha confermato quella che circola, 60 miliardi di euro, per saldare gli impegni di finanziamento già presi. Una richiesta che non ha “basi giuridiche”, ha fatto sapere la Camera dei Lord.

Altro pomo della discordia sarà un accordo commerciale post-Brexit, probabilmente la parte più complessa della trattativa perché ha bisogno dell’approvazione unanime di oltre 30 tra Parlamenti nazionali e regionali di tutta Europa, alcuni dei quali potrebbero voler indire un referendum.

Il Regno Unito è il quarto più grande importatore al mondo, e l’Unione europea ha bisogno della domanda di importazioni britannica. Il 46% delle esportazioni britanniche sono dirette verso l’Ue e l’Unione rappresenta anche il 51% delle importazioni inglesi. I legami commerciali degli Stati membri con il Regno Unito variano, ma molte economie europee inviano una quantità significativa dei loro prodotti verso la Gran Bretagna, in primis Germania e Francia. Per l’export italiano, invece, il Regno Unito è solo il quarto mercato di sbocco, con Sace (società 100% del Gruppo Cassa depositi e prestiti) che stima un calo dell’export italiano per il 2017 verso il Regno Unito del 3-7%, tra 600 milioni e 1,7 miliardi di euro.

L’Europa ha dunque un “interesse vitale” nel concludere un accordo commerciale aperto e di ampio respiro con la Gran Bretagna, anche per il suo ruolo fondamentale nel commercio e gli investimenti transatlantici.

Se Bruxelles è pronta a giocare la carta del commercio per prendere il Regno Unito per la gola e costringere Londra a risolvere le questioni finanziarie sospese e quelle relative allo status dei lavoratori, prima di entrare nei dettagli di accordi commerciali futuri, c’è da tenere a mente che la lista di Stati extra-Ue pronti a rinegoziare un accordo di libero scambio con Londra si allunga di ora in ora e che, come sostiene un rapporto TheCityUk, il 90% della crescita economica nei prossimi 10-15 anni sarà generata al di fuori dell’Europa.

I colloqui dipenderanno da quanto l’Ue sarà in grado di bilanciare i suoi interessi commerciali e politici.

L’intento è mantenere legami commerciali con il Regno Unito, ma non concedere favori speciali che minerebbero la coesione dell’Unione europea accordando a Paesi terzi le stesse condizioni concesse agli Stati membri.