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Finestra politica. Ancora nessun segnale del “contratto” tra M5S e Lega

Di Maio e Salvini continuano a “litigare”. Financial Times: bene Mattarella ma fate presto. Domani riunione parlamentari dem

di Federica Fabiani

Dopo il weekend di “riflessione” voluto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i leader sono pronti a tornare in pista ma, anche questa settimana, la strada sembra in salita. Proseguono infatti, attraverso le varie tappe in giro per il Paese,  i botta e risposta implacabili tra i leader di M5S e Lega, rispettivamente Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Se da una parte il leader del Carroccio dichiara senza troppi indugi come vi siano ben “il 51% di possibilità di fare il governo tra centrodestra e Cinque Stelle”, dall’altra la risposta di Luigi Di Maio (su Twitter) non si fa attendere: “c’è lo 0% di possibilità che il MoVimento 5 Stelle vada al governo con Berlusconi e con l’ammucchiata di centrodestra”.

Di Maio resta fermo: non vuole rinunciare alla premiership e non è disposto a concedere alcun lasciapassare a Forza Italia (leggi Silvio Berlusconi) per fare il governo; il problema, ad oggi, è che Salvini non è disposto a “spaccare” la coalizione di centrodestra che, come ripete, ha il compito di governare. In più, da quanto si apprende, Salvini starebbe faticando a tenere “a bada” le altre due teste, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). Questi starebbero infatti insistendo per l’assegnazione dell’incarico al leader della Lega, da parte di Mattarella, a prescindere dai numeri in Parlamento, ma Salvini non è della stessa idea. “Chiederemo l’incarico  ma non andremo in Parlamento ‘al buio’, cercando voti come ci si alza per cercare funghi nel bosco”, così al termine dell’incontro di Arcore tenutosi ieri.

In merito alla questione è tornato a farsi sentire anche l’ex capogruppo alla Camera di FI, Renato Brunetta, che in un’intervista al CorSera ha manifestato palesemente la sua avversione ad un governo esclusivamente giallo-verde. «Io un governo leghista-grillino non lo voto, non lo voterò mai. Sarò da solo, sarò con altri dieci o con altri cento; ma non lo voto”. E ancora, “personalmente, pur di dare un governo al Paese, mi alleerei anche con il diavolo, a partire però dal programma del centrodestra (i cui 10 punti ho personalmente redatto), ma con le condizioni poste da Berlusconi dopo il suo incontro al Quirinale con Mattarella: no al populismo, no al pauperismo, no al giustizialismo, no all’invidia e all’odio sociale”.

Insomma, quei voti “mancanti” per l’elezione di Roberto Fico a Presidente della Camera potrebbero non essere poi così irrilevanti. Da sottolineare poi che tra Salvini e Di Maio un ulteriore motivo di scontro è quello costituito dal Partito Democratico, cui Di Maio avrebbe “aperto le porte di un dialogo” quantomeno formale (che per ora non ha ancora avuto luogo). Per Salvini, infatti, un “Di Maio che parla di cambiamento e intanto apre al PD e a Renzi non si può sentire…”.Un’apertura che però si riflette addirittura nelle parole di uno dei più avversi al Pd di sempre, Danilo Toninelli (capogruppo M5S al Senato): “Penso che il Pd nei prossimi giorni cambi idea perché gli stiamo dando un’importante possibilità di riscattarsi per i fallimenti degli ultimi anni”.

Sullo sfondo, intanto, un editoriale del Financial Times che riporta il punto di vista dei mercati della City: “La rassicurante presenta di Mattarella è una delle ragioni per cui i mercati finanziari non sono apparsi turbati dalle elezioni” e ancora “un governo di coalizione Cinque Stelle-Lega, liquidata prima delle elezioni come un’ipotesi troppo improbabile per meritare di essere contemplata, non è più, pertanto, inconcepibile” (anche se difficile, ndr), tuttavia “l’Italia può difficilmente permettersi una paralisi prolungata”.

Nel giorno in cui Liberi e Uguali ottiene il parere favorevole alla costituzione di un Gruppo Parlamentare autonomo rispetto al gruppo Misto quando conta solo 14 deputati, a sinistra, sia pure se ancora con segnali confusi, sembra iniziare a muoversi qualcosa. In un’intervista a Radio Capital il ministro della Giustizia ed esponente della minoranza dem Andrea Orlando avrebbe infatti chiarito il tipo di opposizione che dovrebbe assumere il Pd: un ruolo attivo, sulla base di punti precisi che si possono realizzare, perché “l’idea di stare a guardare mangiando pop-corn non mi piace, in democrazia nessuno è spettatore”.

Sulla questione della segreteria invece è andato sul sicuro: quale che sia il processo di elezione (congresso o primarie) il futuro Segretario non dovrà essere un elemento divisivo per il partitoAttesa la riunione dei gruppi parlamentari dem, in agenda per domani, alle ore 18.00.