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Febbre da cavallo

Dopo la Grande Crisi l’Ue ha dato vita a un organismo che potesse fare da salvagente ai Paesi in difficoltà, realizzando nel 2010 il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria, riformandolo nel 2012 nell’attuale Meccanismo Europeo di Stabilità (meglio noto come Fondo Salva Stati). Un’entità che gestisce risorse per 700 miliardi di euro, e che nelle sue varie forme ha salvato dal dissesto finanziario Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro

di Stefano Gianuario

Il tormentone politico economico degli ultimi giorni risponde all’acronimo Mes. Una parolina che, se letta con la fonetica inglese – e con l’aggiunta di una esse muta -, suona come un qualcosa di assimilabile a “brutto pasticcio” o “bel casino”, per dirla in punta di penna. In versione estesa e in italiano, perde la sua carica di ironica ambiguità e diventa un ben più prosaico Meccanismo Europeo di Stabilità.

Fatto sta che questa entità, sconosciuta ai più fino a ieri l’altro, è responsabile, direttamente o indirettamente della salute finanziaria dei diciannove Stati membri della Zona Euro e i cambiamenti della sua struttura non possono che impattare, in diverse misure, sui Paesi Ue.

Per capire di cosa si tratta occorre però un doveroso passo indietro e per dare un certo pathos alla narrazione non si può che partire con il più classico dei classici: “once upon time”.

C’era una volta l’Unione europea che, nei primi anni della sua moneta unica, viaggiava a vele spiegate verso una robusta crescita economica e tassi di cambio capaci di far impallidire le altre valute mondiali, dal solido dollaro all’eclettico yen. Questa stagione aurea ha avuto vita relativamente breve: in un mondo sempre più globalizzato la Grande Crisi del 2008 partita dagli Stati Uniti ha attraversato in fretta l’oceano Atlantico, colpendo duramente le coste europee, specie le più fragili.

Economie più deboli, come Grecia o Portogallo; ma anche altre più solide tuttavia pesantemente indebitate, ovvero Italia, hanno capito in fretta quanto fosse forte il vento di crisi oltreoceano, scontandolo amaramente sulla propria pelle.

In questo clima di timori serpeggianti e rischi di contagio dilaganti, l’Unione europea ha dato vita a un organismo che potesse in qualche modo fare da salvagente ai Paesi meno in grado di galleggiare, realizzando dapprima il Fondo Europeo di Stabilità finanziaria, nel 2010, e riformandolo nell’attuale Meccanismo Europeo di Stabilità nel 2012; nella vulgata, semplicemente il Fondo Salva Stati.

Un’entità che è autorizzata a concedere prestiti, acquistare titoli di debito e fornire assistenza finanziaria; un organismo che gestisce risorse per 700 miliardi di euro, 80 dei quali a contribuzione diretta da parte dei Paesi membri e che, nelle sue varie forme tra il 2010 e il 2015 ha salvato dal dissesto finanziario Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro.

Salvataggi sì ma a caro prezzo: i vari aiuti infatti erano – e sono – subordinati alla sottoscrizione di un memorandum di intesa con la famigerata “Troika”, triumvirato micidiale composto da Commissione europea, Bce e Fmi (per referenze chiedere a Tsipras).

Ora, anche in conseguenza alla gestione degli aiuti, in alcuni casi veri e propri commissariamenti, si è iniziato a pensare a una riforma complessiva del sistema, che ha mosso i suoi primi passi lo scorso giugno ma che, complice anche il cambio dei vertici europei, entra nel vivo solo adesso.

La bozza della riforma del Mes, che ha il fine ultimo di creare il Fondo Monetario Europeo, prevede due differenti linee di condotta nell’erogazione di aiuti, a seconda dello status finanziario del Paese richiedente. Il primo strumento, dedicato ai membri “sani”, ovvero con una situazione economica e finanziaria fondamentalmente stabile, prevede una “linea di credito a condizioni rafforzate”, in buona sostanza un pass di accesso semplificato. Per tutti gli altri vi è la “linea di credito precauzionale condizionata”, la cui conditio sine qua non si lega al debito pubblico che deve essere “sostenibile”. Traduzione, rispetto del tetto imposto da Maastricht relativo al rapporto deficit/PIL inferiore al 3% nei due anni precedenti e garanzia di un impegno di riduzione del debito sovrano di un ventesimo all’anno, per tutta la durata del prestito.

Chiaro che, ancora una volta, è proprio attorno al debito pubblico che ruota tutta la questione.

La classe politica italiana, compatta al punto da destare inquietudine, si è scagliata contro la riforma del Mes perché, neanche troppo tra le righe, si parla della necessità di ristrutturare il debito prima di accedere alle linee di credito; al di là dei tristi giochi di parole, il timore diffuso dai politici tricolore e che vi siano ingerenze, anche preventive, nella sovranità economica degli Stati membri. Della serie, il debito è mio e me lo gestisco io.

Peccato che così diventi difficile chiedere nuovi prestiti. Ed è qui che scatta la mandrakata della visione francotedesca e più in generale nordeuropea del nuovo Mes: se sei un debitore scarsamente affidabile noi mettiamo uno sbarramento all’ingresso tale che la partita non può che chiudersi così.

Ma l’Italia, o meglio la sua classe dirigente e politica, ai tavoli verdi – metaforici sia chiaro – sa tanto stare quanto bluffare e ha rilanciato puntando tutto sulla “logica del pacchetto”.

La riforma del Mes è infatti parte di un insieme che prevede anche il completamento dell’unione bancaria, vitale per gli istituti di credito dello Stivale, e la creazione di uno strumento per la competitività e la convergenza Ue. La linea che porterà il Governo italiano nella discussione fissata prima all’Eurogruppo il 4 dicembre e poi all’Eurosummit il 13 dicembre sarà proprio questa: o tutto o niente, forte del potere di veto dell’Italia e del suo ruolo quale terzo sostenitore del Fondo Salva Stati.
Non è da escludere quindi che il tutto si ridurrà a un niente di fatto.

Pacco, doppio pacco e contropaccotto penseranno gli artefici di questa linea; peccato che senza regole di ingaggio di accesso al Fondo, o la valutazione, tutelata da un sovra organismo paneuropeo dell’intervento del mercato – cioè i creditori, i privati – restano poche basi su cui creare le fondamenta per la riduzione del debito pubblico italiano e, anche questa sarà un’occasione persa per contrastare la crescita della febbre da cavallo che caratterizza gli ultimi trent’anni di storia repubblicana.