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Falsi account e profili inesistenti: è Facebook o Fakebook?

Nuovi sospetti sul Social americano, ritenuto colpevole del proliferare di fake account: gli utenti attivi sulla piattaforma non sarebbero quelli dichiarati ma il 50% in meno, con gran danno per la sicurezza, gli azionisti e gli investitori

di Alessandro Alongi

Dalle fake news ai fake account il passo è breve, ma la musica non cambia: Facebook è nuovamente nell’occhio del ciclone, accusata stavolta di ospitare un miliardo di falsi profili, personaggi invisibili tenuti in vita unicamente per stuzzicare l’appetito degli inserzionisti pubblicitari e dimostrare un dinamismo mediatico che, invece, non esisterebbe.

A lanciare il j’accuse un Rapporto della società PlainSite, centro di ricerca creato dalla Think Computer Corporation, dalla cui analisi risulterebbe come il 50% degli utenti che popolano il più famoso social del mondo sarebbero inesistenti, con molti di loro che agirebbero da veri e propri umanoidi, capaci infatti (grazie a sofisticati algoritmi) di cliccare sugli annunci pubblicitari presenti sulla piattaforma e dispensare like a casaccio, dimostrando un interesse e una vitalità che però, nei fatti, sarebbe solo immaginaria. Non proprio quello che si aspettano gli investitori di Mark Zuckerberg, che si dicono molto turbati dalle notizie in circolazione.

Un mondo di fake e news: leggi qui le nostre analisi

I clienti di Facebook, infatti, acquistano pubblicità sulla piattaforma basandosi sul fatto che possono indirizzare la loro reclame a più di 2 miliardi di esseri umani reali. Se i dati sui fake account si dimostrassero veritieri, e quindi gli utenti attivi essere di gran lunga inferiore rispetto ai valori dichiarati, vorrebbe dire che le aziende stanno investendo a vuoto.

Il fondatore di PlainSite Aaron Greenspan, teorico dei social così come oggi li conosciamo, non ha dubbi al riguardo: «Facebook ha perso il controllo del proprio prodotto» e, a breve, potrebbe anche chiudere «facendo la stessa fine di Aol». I numeri ufficiali sui falsi profili diffusi dalla corporation californiana, secondo Greenspan, «sono auto-contraddittori e persino farseschi».

Le Cassandre di Greenspan sono figlie di una dettagliata analisi sui dati dichiarati dalla piattaforma ai propri azionisti, dai quali emergerebbe come, sui 2,2 miliardi di utenti registrati sul Social, circa 1 miliardo di essi sarebbe fasullo, mantenuto in vita per una precisa strategia finanziaria. Facebook, negli ultimi anni, ha raggiunto una capitalizzazione di 420 miliardi di dollari, collocandosi come la sesta società per valore al mondo: difficile solo pensare di mantenere questo livello con la metà di utenti (e degli introiti pubblicitari). Accuse respinte al mittente dalla società di Menlo Park, che però ha reso noto di aver chiuso oltre 700 milioni di account ritenuti inattendibili nell’ultimo trimestre del 2018, cosa che ha innervosito i mercati facendo altalenare il titolo a Wall Street.

Il problema dei falsi account non è solo una grana di Mark Zuckerberg. Account fittizi e profili troll rappresentano una grave minaccia anche per Twitter che, soltanto negli ultimi tre mesi del 2018, ha sospeso più di 70 milioni di account, tenuti in vita unicamente da anonimi con l’unico obiettivo di diffondere false notizie e provocare risse incitando all’odio e alla violenza (dopo questo nettoyage il Presidente Trump ha perso 300 mila seguaci, mentre quasi 3 milioni sono stati i followers persi dalla cantante Katy Perry).

Ma il problema dei fake account non è solo da addebitare alle piattaforme del web. Anche se di diverso tenore e con numeriche di gran lunga inferiori, anche gli utenti ci mettono del loro, usando falsi profili per i più svariati scopi, specie tra i giovanissimi. Come fotografato in occasione del Safer Internet Day lo scorso mese, il 43% dei millenials ha usato foto, nome e profilo falsi sui social network: il 35% lo ha fatto per controllare qualcuno, rispetto al 21% che ha mentito per scherzo e il 2,9% per vendetta. Insomma, il più pulito, mediaticamente, c’ha la “gogna”.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.