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FaceApp ci spia? Guerra fredda tra FBI e Russia

A gestire la popolare applicazione di invecchiamento dei volti è un’azienda di San Pietroburgo, sui quali server le immagini rimarrebbero per sempre archiviate e soprattutto senza sapere per quali scopi. Garanti europei sul piede di guerra, mentre gli americani intravedono un’altra minaccia alla sicurezza nazionale. Mosca respinge le accuse, ma i dubbi restano

di Alessandro Alongi

Ha tutta l’aria di essere un intrigo internazionale condito in salsa tecnologica quello che si sta consumando intorno a FaceApp l’applicazione che, grazie ad un sistema di intelligenza artificiale, è capace in pochi istanti di invecchiare qualsiasi volto le si presenti davanti, suscitando sì molto divertimento ma anche molte preoccupazioni.

Non si contano più ormai le foto di arzilli vecchietti che, negli ultimi giorni, spopolano sul web. Approfondendo però la nuova moda vintage di aggiungere più anni a quelli che si hanno, essa nasconde molti profili critici, a partire dalla delicata gestione della privacy delle immagini una volta invecchiate. Scoprire come saremo fra quarant’anni è spassoso, ma potrebbe essere anche molto azzardato.

FaceApp, debuttata nel 2017, solo nelle ultime settimane si è affermata come campione di download. Ad oggi circa 80 milioni di persone hanno già scaricato il software (complice la sua totale gratuità), e non si contano più quanti precoci anziani, sia essi gente comune o vip dello spettacolo, popolano i social network. Cifre da capogiro, tanto da far chiedere al leader democratico al Senato americano Chuck Schumer di avviare subito una commissione volta ad approfondire l’uso dei dati che l’applicazione immagazzina. Sul dossier FaceApp indaga anche l’FBI, concentrata sulla società produttrice dell’applicazione e sulla sua gestione dei dati dagli utenti.

Wireless Lab, la società russa produttrice dell’App con sede a San Pietroburgo, grazie infatti all’applicazione è in grado di raccoglie diverse informazioni presenti nei telefoni degli ignari utenti. Non solo, dunque, alle foto “invecchiate”, ma anche ai file multimediali, mettendo così a rischio le immagini di tutti coloro i quali non hanno utilizzato l’applicazione e con questa non hanno nulla a che fare. Anche le navigazioni web del singolo sembrerebbero essere tracciate e monitorate.

Anche in Europa cresce l’allarme per l’uso oscuro dei dati catturati da FaceApp: «Il caso di FaceApp rientra fra le diverse applicazioni che in questo momento sono all’esame dei nostri sottogruppi di lavoro. La questione del trattamento dei dati personali merita sicuramente attenzione», ha dichiarato il Garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli, mentre preoccupa quanto scoperto dai ricercatori di Avast. Secondo gli esperti della società di antivirus, sul Play Store di Google sono sette (e tutte russe) le applicazioni che, una volta istallate, raccolgono ed inviano dati relativi a posizione, numeri in rubrica, chiamate fatte e ricevute, insieme ai messaggi di testo e immagini della fotocamera. Attenzione dunque a Track Employees Check Work Phone Online Spy Free, Spy Kids Tracker, Phone Cell Tracker, Mobile Tracking, Spy Tracker, Sms Tracker, Employee Work Spy.

Non ci sono prove, al momento, che FaceApp fornisca dati utente al governo russo, accusa peraltro prontamente respinta dalla società informatica chiamata in causa dal dibattito internazionale: «Il 99% degli utenti non effettua il login; pertanto, non abbiamo accesso a nessun dato che possa identificare una persona», ha dichiarato l’azienda, che ha precisato come le foto acquisite vengano cancellate entro 48 ore.

Il tema dell’utilizzo e della condivisione dei dati, come già affrontato da LabParlamento, è al centro dell’attenzione delle istituzioni internazionali che, seppur a fatica, stanno segnando i primi punti.

E di qualche giorno fa la notizia della condotta praticata da YouTube a danno dei bambini americani. Secondo l’Antitrust a stelle e strisce la popolare piattaforma avrebbe “spiato” i fanciulli durante la visualizzazione dei video presenti sul sito, raccogliendo dati per inviare ad occhi innocenti pubblicità mirate. Sanzione milionaria in arrivo, dunque, già nei prossimi giorni, e dimostrazione chiara che l’economia digitale basata sull’uso dei dati colpisce indistintamente giovani e meno giovani, anche se questi divenuti tali grazie all’artificioso invecchiamento prodotto da un’app.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi
Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.