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Eutanasia: davanti alla timidezza della politica si è imposta la risolutezza dell’impegno civile

La Corte d’Assise di Milano, il 23 dicembre, ha definitivamente assolto Marco Cappato dall’accusa di aiuto al suicidio per aver accompagnato Dj Fabo nel suo ultimo viaggio perché il fatto non sussiste, rispettando le motivazioni che la Corte Costituzionale aveva già espresso a settembre

di Ester Catucci

Marco Cappato è sicuramente uno degli uomini simbolo del 2019. Comunque la si pensi, ha infatti contribuito a far fare al nostro Paese enormi passi in avanti sul tema spinoso dell’eutanasia. E mentre ancora si aspetta che anche il Parlamento si decida a legiferare sul tema, la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha posto dei paletti che, evidentemente, non potranno essere più ignorati.

La Corte d’Assise di Milano il 23 dicembre, proprio rifacendosi ai principi espressi dalla Suprema Corte lo scorso settembre, ha definitivamente assolto Cappato dall’accusa di aiuto al suicidio per aver accompagnato Dj Fabo nel suo ultimo viaggio verso una clinica svizzera, perché il fatto non sussiste.

Un esito prevedibile considerando le motivazioni della sentenza della Consulta che, solo pochi mesi fa, aveva sancito la «non punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

In Italia manca una legislazione minima in materia, e atti di disobbedienza civile come questi erano considerati fino a pochi mesi fa veri e propri reati di istigazione e aiuto al suicidio, e poco importava se la volontà fosse stata espressa dal malato stesso.

C’è da dire che anche nel resto d’Europa la legislazione non è affatto concorde e unitaria: si passa da Paesi come il Belgio o l’Olanda dove l’eutanasia è legalizzata e addirittura estesa ai minori ad altri, come la Gran Bretagna, dove il suicidio per “compassione” è tollerato ma non privo di sanzioni, ad altri ancora come il Portogallo che vieta l’eutanasia ma consente di interrompere le cure in casi disperati, previa sottoposizione del caso al parere di un comitato etico.

Il principio di rispetto dell’autodeterminazione, perno di entrambe le sentenze pronunciate dalle Corti italiane, rappresenta ora il punto da cui partire per il Parlamento che è chiamato o meglio richiamato a legiferare sul tema.

L’associazione Luca Coscioni, di cui Cappato è tesoriere ha, peraltro, da tempo presentato un progetto di legge di iniziativa popolare riguardante il rifiuto dei trattamenti sanitari e la liceità dell’eutanasia, che si sviluppa su tre punti fondamentali:

  • dare la possibilità ad ogni cittadino di rifiutare l’inizio o la prosecuzione di qualsiasi trattamento sanitario;
  • sollevare i medici da responsabilità penale qualora pratichino trattamenti eutanasici su richiesta di pazienti affetti da gravi sofferenze ma comunque in grado di intendere e volere;
  • consentire a ciascuno di poter stilare un atto scritto con cui chiede l’applicazione dell’eutanasia qualora si trovi, in un tempo successivo alla sottoscrizione, in condizioni irreversibili di grave sofferenza.

È evidente come tale proposta di legge rappresenti solo un incipit nel dibattito complesso sul fine vita, eppure già conforme alle pronunce giurisprudenziali.

Tocca ora alla politica essere coraggiosa e tracciare la strada.