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Ecco l’Italia fra 100 anni, tra spopolamento e crisi previdenziale

Da una proiezione futura del paese emergono dati allarmanti: le nascite non saranno sufficienti a compensare i decessi avviando la nazione verso lo spopolamento. Questi gli scenari per l’Italia che verrà

di Alessandro Alongi

Fra cento anni potrebbero contarsi solo 16 milioni di italiani, rispetto ai quasi 60 milioni di oggi. È questo la sconcertante previsione emersa a Statistcall, il Festival della Statistica che si è tenuto a Treviso nei giorni scorsi. Seppur le previsioni demografiche sono, per definizione, incerte, a condizioni invariate rispetto ad oggi il Paese si avvia verso lo spopolamento.

Gli amanti della statistica riuniti nel capoluogo veneto hanno preso a riferimento l’attuale tasso di fertilità (1,34) rapportato all’attesa di vita dei bimbi nati oggi (83,8 anni) così da comprendere – grazie all’elaborazione informatica – quanti italiani si potranno ancora contare fra un secolo, ovvero ben pochi.

«È sufficiente comportarsi come adesso» ha affermato il prof. Matteo Rizzolli dell’Università LUMSA di Roma, «perché ciò si verifichi tra cento anni, cioè non fare nulla per favorire la natalità e dare sostegno alla famiglia».cUn puro esercizio statistico, questo è certo, ma che dà materiale per riflettere ad un’intera classe politica che, in tutti questi anni, ha lasciato molto a desiderare sulle politiche legate alla natalità e al sostegno alle famiglie.

Occhi puntati, più che sulla prossima manovra di bilancio di cui ancora non si conoscono i dettagli, almeno sul “Contratto di Governo” sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle. All’interno dell’accordo programmatico non manca il capitolo dedicato alle famiglie e al sostegno alla natalità: maggiore equità fiscale, conciliazione dei tempi della famiglia con quelli del lavoro, sostegni reddituali adeguati. Inoltre, si legge sempre nel Contratto, «è necessario prevedere l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli».

Ulteriori interventi programmati rimborsi per asili nido e fiscalità di vantaggio, tra cui «IVA a zero» per prodotti neonatali e per l’infanzia. Quanti di questi interventi verranno tradotti in realtà, però, è ancora un enigma.

Dalla carta alla pratica il passo è lungo, e il Paese non può più attendere. Il trend è già iniziato: negli ultimi otto anni si sono registrati centomila nati in meno, numeri che allontanano l’obiettivo del tasso di sostituzione (ovvero l’indice utilizzato per valutare la crescita demografica sottraendo ai nuovi nati il numero di deceduti, che dovrebbe essere superiore a 2,1 figli per donna, oggi invece inchiodato all’1,34). Le nascite, rispetto al baby boom degli anni ’60 in cui i nati oscillavano intorno al milione di unità all’anno, si sono più che dimezzate.

Secondo gli scenari dell’Istituto nazionale di statistica, nel prossimo futuro, il Mezzogiorno perderebbe costantemente l’attuale popolazione che sceglierà il Centro-nord come nuova abitazione, con un tasso di emigrazione analogo a quello degli anni cinquanta. Ma anche sopra la linea Gustav le cose non andranno meglio: dopo i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, anche il settentrione assisterà ad un progressivo declino dei suoi abitanti.

Tra le conseguenze dirette della decrescita demografica, secondo uno studio Coop, ci saranno la contrazione dei consumi (che potrebbero scendere, già nei prossimi anni, di circa 130 miliardi di euro) e la crisi del sistema pensionistico. Sulla base di queste premesse la strada sembra senza ritorno. Ma un aiuto potrebbe giungere proprio dagli immigrati presenti in Italia: secondo l’ultimo studio Inps, per mantenere in equilibrio il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro paese in futuro.

Già lo scorso anno l’Istituto previdenziale evidenziava che un’eventuale chiusura delle frontiere provocherebbe un ammanco nelle casse pubbliche di diverse decine di miliardi di euro (oggi i lavoratori stranieri hanno versato, senza percepire ancora una pensione, contributi per 200 miliardi di euro). Basterà questo spauracchio a responsabilizzare la politica?