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I dolori del giovane Zuckerberg

Dopo le ultime polemiche il padre di Facebook chiede aiuto ai governi per controllare la piattaforma, ormai sfuggita completamente di mano. Fallito ogni tentativo di autoregolamentare il web, si va verso l’istituzione di un sistema di regole e novità in arrivo nei prossimi giorni

di Alessandro Alongi

Attacchi hacker, proliferare di fake news, violazione della privacy (e non solo legato allo scandalo Cambridge Analytica, che ha messo a rischio i dati di 87 milioni di americani), riforme strutturali che tardano ad arrivare, crollo del titolo a Wall Street: proseguono gli anni horribiles di Facebook, entrato ormai nel mirino di molti governi, non solo in Europa, ma anche in casa propria.

Al centro dell’ultima polemica la ritardata rimozione del video live di 17 minuti girato durante l’attacco alle moschee a Christchurch, in Nuova Zelanda il 15 marzo scorso (50 vittime e quaranta feriti) e, ancor prima, la possibilità offerta a tutti di poter postare immagini cruenti e violente di ciò che accade nel globo. «Voi avete creato queste piattaforme, che ora vengono usate per scopi cattivi, e voi dovete trovare una soluzione. Altrimenti la troveremo noi» ha tuonato la senatrice democratica Dianne Feinstein, facendo ben intendere come la misura sia ormai colma.

Al centro del dibattito, dunque, le attuali regole applicate al mondo di Internet, scritte in anni dove la tecnologia non era presente così come oggi e che adesso devono fare i conti con le trasformazioni sociali introdotte dalle innovazioni digitali.

È arrivato dunque il momento di disciplinare le piattaforme del web? Eloquente, a tal proposito, quanto affermato dallo stesso patròn di Facebook dalle colonne del Washington Post (il cui editore è Jeff Bezos, n. 1 di Amazon): «Internet ha bisogno di nuove regole» ha dichiarato Mark Zukerberg spiazzando tutti, «cominciando dai contenuti dannosi, integrità delle elezioni, privacy e portabilità dei dati» ha proseguito il capo della piattaforma più popolata del mondo, giungendo così al paradosso. Per anni, infatti, il mondo del web ha esercitato pressioni sugli Stati affinché questi non imponessero loro nessuna regola, oggi avviene esattamente il contrario, con i big di Internet che chiedono aiuto ai governi affinché riportino ordine nella rete.

Per anni il dibattito su scala mondiale, fomentato proprio dai giganti del web, è stato incentrato sul tema della “inviolabilità” di Internet, per garantire la quale è stato invocato il requisito indispensabile della libertà di parola e di circolazione dei contenuti in un ambiente privo di regole, “libero” e “democratico”. Adesso invece gli stessi provider chiedono l’applicazione di norme sugli spazi virtuali da loro creati e gestiti, chiaro segnale che la situazione è completamente sfuggita di mano e l’ambiente virtuale si è trasformato ormai uno spazio incontrollabile.

Il problema naturalmente è di più ampio respiro, e non coinvolge soltanto Facebook: YouTube, Apple, Google o Amazon forniscono servizi che viaggiano sulla rete in condizioni sempre più autonome e indipendenti, operando al di fuori delle regole di settore, che non trovano applicazione nei loro confronti perché nate antecedentemente al loro ingresso sul mercato.

Anche la Commissione europea nel 2017 ha affrontato la questione circa il ruolo assunto oggi dal web all’interno dell’ecosistema digitale: punto di partenza dell’esecutivo di Bruxelles la necessità di proteggere il pubblico dalla “spazzatura digitale” che miliardi di utenti ogni giorno “deposita” nel web, non escludendo da questa metafora i criminali e altri soggetti coinvolti in attività illegali online. Gli spazi digitali aperti, secondo i ragionamenti della Commissione, non devono diventare terreno fertile, ad esempio, per il terrorismo, l’incitamento all’odio, la violenza su minori o il traffico di esseri umani, né luoghi che eludono lo Stato di diritto.

«I legislatori spesso mi dicono che abbiamo troppo potere sulle parole e, francamente, sono d’accordo» ha ammesso Zuckerberg, riflettendo sul fatto che a Facebook «non dovrebbe prendere così tante decisioni importanti per conto proprio». Un cambio di passo importante che non potrà non suscitare la reazioni di altre tech societies: «È tempo di aggiornare queste regole e definire chiare responsabilità per le persone, le aziende e i governi» ha concluso il manager 34enne. Da qui l’appello «agli organismi indipendenti di fissare gli standard che disciplinano la distribuzione di contenuti nocivi e tarare le aziende contro questi standard. Il regolamento potrebbe impostare le linee di base su ciò che è proibito e richiedere alle aziende di costruire sistemi per ridurre i contenuti al minimo possibile». Come dire, meglio tardi che mai.

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi

Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.
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Alessandro Alongi collabora nell’ambito del modulo di “Diritto della rete” all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Laureato in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, è specializzato in Relazioni istituzionali e Diritto parlamentare e attualmente si occupa di tematiche giuridiche e regolamentari presso l’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete di TIM, oltre a svolgere attività di ricerca nell’ambito del Diritto dell’innovazione, del quale è autore di diversi studi e approfondimenti.