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Direttiva work-life balance: un contributo all’occupabilità?

Il testo approvato dal Parlamento Ue prevede un congedo di paternità di durata pari a dieci giorni, la non trasferibilità di due mesi di congedo parentale, 5 giorni di congedo per la cura di anziani e non autosufficienti e soluzioni di lavoro flessibile per genitori con figli piccoli. Obiettivo: maggior parità di genere e migliore divisione delle responsabilità

di Stefano Bruni

Dopo due lunghi anni, lo scorso 4 aprile, il Parlamento europeo ha approvato, con 490 voti a favore, 82 contrari e 48 astensioni, la nuova direttiva sul “work-life balance”.

Tradotto in italiano, work life balance vuol dire capacità di bilanciare in modo equilibrato il lavoro e la vita privata.

Cercando di perseguire questo equilibrio, nel 2017, la Commissione europea aveva avviato le prime iniziative connesse al cosiddetto “Pilastro Sociale”, puntando a migliorare proprio alcuni meccanismi per conciliare vita e lavoro. Da li, per due anni, si sono susseguite varie fasi di contrattazione e di negoziazione, sfociate nella direttiva approvata qualche giorno fa.

Quattro i temi sui quali la direttiva è intervenuta, modificando la normativa europea attualmente in vigore.

Anzitutto il congedo di paternità per il quale, fino ad ora, non era previsto alcun limite minimo. Dal 4 aprile, invece, ci saranno almeno 10 giorni di congedo e una retribuzione analoga tra congedo di paternità e quello di malattia.

L’altro ambito di intervento della Direttiva è il congedo parentale che prevedeva un limite minimo di 4 mesi per ciascun genitore, dei quali uno non trasferibile e l’assenza di una soglia minima di indennità. Inoltre, il congedo in vigore sino alla nuova direttiva prevedeva che se ne potesse fruire fino al compimento degli 8 anni del bambino.

D’ora in poi, invece, è confermato il limite minimo di 4 mesi per ciascun genitore, ma i mesi non trasferibili sono diventati 2 con una retribuzione che sarà stabilita dagli Stati membri. Il congedo inoltre è oggi fruibile fino a 12 anni del bambino (4 in più rispetto alla precedente normativa).

Novità per i caregiver. La direttiva introduce infatti il diritto ad avere 5 giorni l’anno per i lavoratori che si prenderanno cura di parenti e anziani non autosufficienti.

Infine, in ambito flessibilità lavorativa, si prevede, per tutti i lavoratori con figli entro 8 anni di età e parenti non autosufficienti, il diritto di avanzar richiesta di riduzione le ore di lavoro, flessibilità sull’orario e sul luogo di lavoro.

La direttiva, dunque, come ha spiegato il relatore David Casa, «…vuole realizzare una maggiore parità di genere e una migliore divisione delle responsabilità» e ha l’obiettivo di sostenere le donne a «entrare nel mercato del lavoro e raggiungere il loro pieno potenziale, mentre i padri avranno un ruolo più importante nell’educazione dei loro figli».

La direttiva dovrebbe dunque andare ad intervenire su quella parte del mercato del lavoro che nell’ultimo Rapporto sugli indicatori Bes, presentato dall’Istat lo scorso dicembre, non aveva registrato grandi risultati.

Infatti, si diceva nel rapporto, “su 100 occupate senza figli sono 75,5% quelle con figli in età prescolare (-0,5 punti rispetto all’anno precedente e -2,3 rispetto al 2015, anno in cui si è registrato il massimo relativo nel decennio). Questo rapporto è tuttavia in aumento nella fascia d’età 45-49 dove raggiunge quota 95,9% (era 93,1% nel 2016)”.

Inoltre, anche se nel 2018 si è ridotto il differenziale di genere per l’occupazione (19,8 punti percentuali di differenza rispetto a 20,1 punti percentuali dell’anno precedente), ancora poco più di una donna ogni 2 ha un’occupazione contro il 72,3% degli uomini.

Gli effetti della nuova direttiva andranno dunque monitorati, ma in molti sostengono che alcune situazioni che caratterizzano il mercato del lavoro, soprattutto italiano, non dipendono dalle norme esistenti, bensì dall’approccio “culturale” a taluni argomenti.

Questo è probabilmente uno di quei casi dove occorre “cambiare passo”, anche se il relatore della direttiva, Casa, ha affermato che la nuova normativa è «positiva per gli uomini, le donne, le famiglie e l’economia».

Speriamo sia così.

Stefano Bruni

Stefano Bruni

Stefano Bruni, classe 1978, laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza.Già Capo della segreteria tecnica del Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), è stato componente del Comitato CNEL-ISTAT per l’individuazione di nuovi indicatori integrativi del Pil (Bes) dal 2011 al 2015. Assistente Parlamentare del Presidente della Commissione Finanze della Camera dei Deputati nel 2005, componente della Segreteria Tecnica della Commissione per il futuro di Roma Capitale (2008-2009). Assistente del Presidente dell’Associazione internazionale dei Consigli Economici e sociali (Aicesis) con sede a Parigi (2009–2011). Consigliere delegato per i Public Affairs di Confassociazioni (2015–2018) e, dal 2018, membro del comitato etico, scientifico e di indirizzo con delega alle relazioni istituzionali. Sales Manager Miowelfare srl (2016–2017). Consulente di società specializzate in relazioni pubbliche e istituzionali.
Da settembre 2017 è Responsabile rapporti istituzionali del Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici Laureati. Da gennaio 2019 Amministratore unico del Centro Autorizzato Nazionale Assistenza Produttori Agricoli s.r.l.. Dal 2017 collabora con LabParlamento. Ha scritto e collaborato con IlSussidiario.net, Formiche.net, Consumerismo.it, Secondowelfare.it, ItaliaOggi e Avvenire.
Stefano Bruni

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