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Dibattito pubblico grandi opere: che fine ha fatto il Dpcm?

Photo credits: LaPresse

Il Governo deve definire la procedura e le ipotesi per cui il ricorso a questo istituto diventerà obbligatorio. Cosa si prevede

di Maria Carla Bellomia

C’è grande attesa per il decreto attuativo del Governo sul dibattito pubblico, istituto introdotto nel nostro ordinamento dal nuovo Codice degli Appalti ma rimasto sostanzialmente inattuato a causa dei ritardi nella sua approvazione.

Annunciato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio in occasione del recente convegno Connettere l’Italia, lo scorso giugno, il testo, già licenziato dal Mit, doveva essere adottato entro un anno dall’entrata in vigore del nuovo Codice  – vale a dire entro lo scorso 18 Aprile – ma ancora oggi è in attesa delle osservazioni del MiBact e del Ministero dell’Ambiente, prima di essere inviato alle Camere per il rispettivo parere e al Consiglio di Stato.

Mutuato a partire dall’ordinamento giuridico francese, dove è stato adottato più di vent’anni fa con la legge “Barnier”, il cosiddetto “dèbat public”, ha lo scopo di consentire ai cittadini la massima partecipazione e condivisione nella realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, aventi un rilevante impatto ambientale, economico e sociale sul territorio coinvolto, attraverso una fase di concertazione pubblica che si articola in incontri di informazione, approfondimento, discussione nonché nella raccolta di proposte e posizioni da parte di cittadini, associazioni e istituzioni.

Il futuro Dpcm – secondo quanto reso noto dal Mit – prevede che il dibattito pubblico si apra già nella fase di elaborazione del progetto, quando le alternative sono ancora aperte, e che diventi obbligatorio  per opere di grande portata – tra i 200 e 500 milioni di euro – oltre che su richiesta delle amministrazioni centrali, degli enti locali o degli stessi cittadini (almeno 50.000 elettori).

Una figura indipendente sarà incaricata di gestire le fasi del dibattito in piena autonomia e di coordinare le proprie attività con il proponente dell’opera e il Comitato di monitoraggio, composto dagli enti locali direttamente coinvolti dall’intervento; anche a livello centrale è prevista l’istituzione di una Commissione nazionale presso il Mit con il compito, tra gli altri, di monitorare il corretto svolgimento dei dibattiti pubblici e di presentare alle Camere, ogni due anni, una relazione sull’andamento dei dibattiti.

Obiettivo principale del dibattito pubblico, appunto sul modello di quanto è stato fatto in Francia, è senza dubbio quello di evitare esperienze conflittuali con i territori sui quali insistono le grandi opere, come accaduto con la TAV Torino-Lione, concordando prima con le comunità le linee fondamentali dell’intervento e la futura localizzazione delle opere.

Tuttavia, resta il timore che, per paura che la procedura di approvazione delle grandi infrastrutture ritenute strategiche subisca un rallentamento troppo forte a causa del ricorso alla fase concertativa, il Governo decida di restringere ulteriormente l’ambito di applicazione della norma, già delineata nel Codice degli Appalti,  e le ipotesi in cui il dibattito pubblico diventerà obbligatorio.

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia, romana, classe 1985. Laureata con lode in Studi Europei presso la Sapienza di Roma, si è specializzata presso la medesima Università in Diritto parlamentare e delle Assemblee elettive. Attiva nel settore delle Relazioni istituzionali e del Public Affairs, dopo alcune esperienze formative di studio e di lavoro all’estero per organismi comunitari, dal 2013 collabora con un Gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati, per il quale si occupa principalmente di monitoraggio e di drafting legislativo in materia di politiche dell’Unione europea, con particolare riguardo ai profili di adeguamento della normativa nazionale all’ordinamento comunitario. Collabora con LabParlamento dal 2017.
Maria Carla Bellomia