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Il debito italiano visto dal Mef tra luci ed ombre

La sede del Ministero dell'Economia, a Roma

Il Tesoro offre una dettagliata fotografia sugli impegni finanziari del nostro Paese: più debito ma di qualità

di Alessandro Alongi

Non è una di quelle letture che aiutano a prendere sonno. Tutt’altro. Ma tra le 130 pagine del Rapporto sul Debito Pubblico, edito la scorsa settimana dal Dipartimento del Tesoro, numerosi sono i dati statistici utili a comprendere lo stato dei conti e, soprattutto, a capire in che direzione si muove la spesa pubblica.

Il rendiconto si inserisce all’interno di una più ampia cornice internazionale che ha visto il ritorno ad una crescita economica i Paesi dell’area UE. Anche l’azione del quantitative easing promosso da Mario Draghi – l’acquisto dei titoli finalizzato ad immettere nuovo denaro nell’economia europea, una quota che è arrivata sino a 80 miliardi di euro lo scorso anno – ha dato i suoi frutti, lasciando invariati i tassi di interesse, fissandoli ai loro minimi storici.

Il dato di partenza è la situazione del debito nazionale che, al 31 dicembre del 2017, ammontava a 2.263 miliardi di euro, in risalita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (pari a 2.219,5 miliardi, in aumento di 44 miliardi). Tale incremento, nonostante le politiche di contenimento della spesa, è stato dovuto in buona parte agli interventi per il salvataggio delle Banche venete nel 2017.

Non solo ombre però. Il rapporto certificata anche la crescita del Prodotto interno lordo dell’1,5%, con un rapporto tra questo e il debito pubblico pari al 131,8%, con una riduzione di circa lo 0,2% rispetto allo stesso valore misurato nel 2016 (ma rispetto al 2015 si registra un aumento dello 0,3% e una sostanziale stabilità rispetto al 2014). Alti e bassi che lasciano sempre con il fiato sospeso i tecnici dell’economia.

Nelle pieghe dello studio emerge anche la precisa fotografia dello stato di salute dei titoli di stato, ovvero i mattoni posti alla base del grande edificio del debito, formati dalle obbligazioni emesse dal Governo attraverso il Ministero dell’Economia e volte ad ottenere la liquidità necessaria per finanziare la macchina pubblica.

L’indicatore usato dai tecnici di via XX Settembre è la durata della «vita» dei titoli di stato, ovvero il calcolo di quanti anni mancano mediamente alla scadenza di tutte le emissioni, tenendo conto delle singole scadenze. Secondo il Rapporto in esame, nel 2017, superando le aspettative che erano alla base degli obiettivi prefissati, la vita media dello stock di titoli di Stato si è ulteriormente allungata, raggiungendo i 6,90 anni rispetto ai 6,76 dell’anno precedente.

Una buona notizia per i nostri conti. Infatti una vita media bassa equivale ad una corsa continua a trovare risorse fresche per poter rimborsare prontamente BOT, BTP e CCT mentre, viceversa, una vita media più lunga del debito equivale a poter gestire con più serenità il debito in scadenza, riuscendo a programmare il rifinanziamento con largo anticipo. Anche per questo – sottolinea la Relazione – nel corso degli ultimi anni si è assistito ad una progressiva riduzione degli importi offerti sul comparto BOT (generalmente con durate inferiore all’anno), in un’ottica di strategica riduzione delle emissioni a breve termine volta all’allungamento della vita media del debito.

Tirando le somme nel 2017 sono stati rimborsati titoli per 368.468 milioni, in aumento del 6,7 per cento rispetto ai 345.194 milioni di euro rimborsati nel 2016.

Altra spia di salute dei conti quella relativa al costo medio dei titoli (ovvero quanto interesse paga lo Stato), somma aumentata lievemente nel 2017 portandosi allo 0,68%, «livello eccezionalmente contenuto» afferma il Tesoro, specie se paragonato ai risultati del 2016, attestatosi allo 0,55% che, ad onor di cronaca, ha rappresentato comunque il minimo storico di sempre, cosa che fa ben sperare i tecnici del ministro Tria anche per il futuro.

Dati alla mano dopo la pausa estiva inizierà il vero banco di prova per il Governo, la legge di bilancio, luogo che imporrà di dare corpo ai numeri, con un occhio al Contratto di governo e l’altro – piaccia o no – a Bruxelles.