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Il curioso caso di Matteo Renzi

Sulla prescrizione Italia Viva ha scatenato una crociata che ha trascinato di nuovo il Governo sull’orlo della crisi. Il partito renziano non avrebbe nulla da guadagnare dalla fine del Conte II, ed è forte la sensazione che quello dell’ex premier sia un bluff. Ma per la loro riuscita, di tanto in tanto è indispensabile avere il punto in mano

 di Andrea Spuntarelli

Che l’inizio del 2020 non sarebbe stato agevole per il Governo Conte II e la precaria maggioranza che lo sostiene era prevedibile fin dagli ultimi giorni del 2019, ma come sta ormai diventando prassi per la politica italiana gli eventi hanno superato ogni previsione razionale.

Da più parti, infatti, si era immaginato che nelle prime settimane del nuovo anno l’Esecutivo composto da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi Uguali si sarebbe trovato davanti essenzialmente due scogli: le elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio (con buona pace della Calabria) e i tavoli per la definizione del programma su cui impostare la ripartenza dell’azione governativa.

Con la chiara affermazione di Stefano Bonaccini nelle urne e il conseguente fallimento della ‘spallata’ a Palazzo Chigi immaginata da Matteo Salvini, si pensava che il confronto sull’Agenda 2023 (partito ufficialmente all’inizio di questa settimana) si sarebbe svolto in un clima disteso, tale da permettere alla coalizione giallorossa di iniziare a impostare un orizzonte di breve-medio termine, malgrado il travaglio vissuto dal partito di maggioranza relativa (si legga alla voce ‘Stati generali di M5S’).

Mai ipotesi si rivelò più infondata. Allo stato attuale, il Conte II si trova di nuovo sull’orlo della crisi, in seguito al crescendo rossiniano dell’offensiva scatenata da Matteo Renzi sul fronte della prescrizione.

Il tema occupava le cronache fin dall’autunno scorso, provocando divisioni e polemiche tra alleati, ma ha preso a dominare i titoli di testa dei media a partire dal 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della riforma introdotta dallo scorso Governo, il Conte I gialloverde. In base a quanto disposto dalla cosiddetta Legge Spazzacorrotti fortemente voluta dall’ex e attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dopo una sentenza penale di primo grado (sia essa di condanna o di assoluzione) si interrompe la decorrenza dei tempi di prescrizione dei reati. La nuova norma è stata accompagnata dalle vivaci proteste degli avvocati e dalle critiche di non pochi settori della magistratura, sulla base delle quali si è aperto un confronto politico tra il Movimento 5 Stelle da un lato e i partner a Palazzo Chigi dall’altra, con i pentastellati a difendere la bontà della Legge Spazzacorrotti e Pd, Iv e LeU a invitare Bonafede a farsi carico di una mediazione.

Tra vertici notturni, intese cariche di complessità giuridica e annunci di interventi sulla durata dei processi, la partita sulla prescrizione al termine della scorsa settimana sembrava avviata verso una felice conclusione, ma è stato proprio in quel momento che ha avuto inizio la crociata renziana in difesa dei princìpi del garantismo e dell’anima della Costituzione, a loro dire minacciati dal giustizialismo grillino e dalla deriva forcaiola cui avrebbero ceduto i dem. Nell’arco delle ultime giornate si è assistito a un vortice di dichiarazioni da parte delle prime file di Italia Viva, unanimi nel dirsi contrarie a qualunque ipotesi di mediazione che non contempli un rinvio della riforma Bonafede, anche a costo di votare contro la maggioranza di cui fanno parte (come avvenuto alla Camera per il lodo Annibali e, al Senato, durante l’esame del Decreto Legge in materia di intercettazioni) e di colpire il Ministro della Giustizia addirittura con una mozione di sfiducia individuale.

La posizione su cui sembra essersi stabilizzato Renzi, al netto di ulteriori e sempre possibili colpi di scena, è quella di un sostanziale ultimatum di due mesi a Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede per cambiare la disciplina sulla prescrizione, trascorso il quale Iv prenderebbe iniziative a Palazzo Madama, dove i numeri della coalizione giallorossa sono a dir poco sul filo. Come le precedenti esternazioni, anche l’ultima ‘richiesta’ dell’ex premier è stata rispedita al mittente dai suoi alleati-avversari, con l’attuale inquilino di Palazzo Chigi sollecito nel dirsi non disposto ad accettare ricatti e il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il reggente di M5S Vito Crimi lesti nel sostenere che la rottura renziana sulla prescrizione avrebbe come uniche conseguenze la fine dell’Esecutivo e le elezioni anticipate.

In attesa di vedere quale sarà la piega che prenderanno gli eventi dopo l’inserimento del lodo Conte bis nel DdL di riforma dei processi, e al di là delle posizioni sul merito di una questione tanto delicata quanto sovradimensionata nel suo racconto mediatico (nella maggioranza dei casi, la prescrizione interviene nella fase delle indagini preliminari), non si può non sottolineare l’incomprensibilità della linea assunta da Matteo Renzi e Italia Viva.

Pur limitandosi ai principali interrogativi suscitati dalla questione, risulta estremamente complicato trovare risposta ad alcune domande: Perché logorare dall’interno un Governo che si è contribuito in prima persona a far nascere? Perché rischiare di innescare la crisi e il ritorno alle urne, proprio quando il principale leader dell’opposizione sembra essere a corto di strategie per capitalizzare i consensi attribuitigli dalle rilevazioni demoscopiche? Perché dirsi pronti ad andare allo scontro finale, se nel breve periodo non esiste una finestra per il voto (il 29 marzo si celebrerà il referendum sul taglio dei parlamentari, e la molto probabile vittoria del Sì renderà indispensabile una nuova legge elettorale)? Perché tradurre una battaglia che si vuole di principio in una serie di sfide al Presidente del Consiglio a rimuovere la delegazione ministeriale di Iv, nonché in una ‘caccia grossa’ ad Alfonso Bonafede, che oltre a essere il Ministro della Giustizia è anche, e soprattutto, il Capo delegazione del Movimento 5 Stelle a Palazzo Chigi?

Nella visione di non pochi addetti ai lavori, questi e altri quesiti troverebbero un responso nella difficoltà di Italia Viva a crescere nei sondaggi (dove è accreditata di circa il 5% dei voti) e nel consequenziale desiderio di Renzi di acquisire visibilità, piantando bandierine e contando sull’avversione dei soci del Conte II verso ogni ipotesi di conclusione anticipata della Legislatura. Tuttavia, anche la forza politica dell’ex premier ed ex Sindaco di Firenze non avrebbe nulla da guadagnare dal naufragio dell’esperienza giallorossa e, proprio per questa ragione, risulta inspiegabile che accetti il rischio di andare a sbattere, pur di non togliere il piede dall’acceleratore con la rinuncia ad alcune delle proprie pretese.

Con tutta probabilità, una spiegazione plausibile della condotta di Renzi può venire dalla sua tendenza a concepire la vita politica solo ed esclusivamente nel ruolo di leader, affiancata dall’esigenza di dover individuare in continuazione un avversario per motivare le proprie azioni e di dover periodicamente scommettere su se stesso per riaffermare la sua autorità. Quale che sia l’esatto motivo, è forte la sensazione che, sulla prescrizione e non solo, l’alta considerazione di sé e dei propri mezzi nascondano più un bluff che l’effettiva convinzione di avere ancora una forte presa sull’elettorato. Ma per la riuscita di un bluff, di tanto in tanto è indispensabile avere il punto in mano.

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli, è nato a Roma nel 1988. Giornalista, laureato in Scienze Politiche e della Comunicazione (Triennale) e in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica (Magistrale) presso la Luiss Guido Carli di Roma, dal 2014 lavora in Adl Consulting, dove attualmente ricopre il ruolo di Senior Policy Analyst. Scrive per LabParlamento fin dalla registrazione del sito come testata giornalistica. Dopo essere stato Assistente del Direttore responsabile, è ora Project manager del nostro giornale.
Andrea Spuntarelli

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