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Contratto di governo: reddito di cittadinanza in salsa leghista.

Baldini (Univ. Modena e Reggio Emilia) spiega le caratteristiche dell’intervento previsto nell’accordo M5s-Lega e lo confronta con il REI

Di Valentina Magri

“Il fatto di includere solo i cittadini italiani tra i beneficiari del reddito di cittadinanza previsto dal contratto di governo ha un significato discriminatorio molto forte e difficilmente giustificabile, poi c’è anche la volontà politica difficilmente accettabile. Questo comporta anche una riduzione della spesa, non così eccezionale. Ecco perché si tratta di un reddito di cittadinanza in salsa leghista”. Così Massimo Baldini, Professore Associato di Scienza delle Finanze all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e Membro del Capp, Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche, del Dipartimento di Economia Politica dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Quali sono le differenze tra il reddito di cittadinanza proposto inizialmente dal M5s e quello proposto nel contratto di governo con la Lega Nord?

“Anche la versione originaria del reddito di cittadinanza previsto dal ddl del M5s aveva la caratteristica di essere riservata ai cittadini italiani, dell’Ue ed extracomunitari di paesi con cui Italia ha stipulato un accordo di reciprocità in termini di diritti sociali. Nel sito dell’Inps è pubblicato l’elenco di questi paesi: include paesi ricchi come la Svizzera, vicini come la ex Jugoslavia, gli Stati Uniti. Tra i paesi dell’Africa, è presente solo la Tunisia. Buona parte degli extracomunitari quindi erano già esclusi. Il contratto di governo all’inizio del paragrafo dedicato al reddito di cittadinanza specifica che  è quest’ultimo è riservato ai cittadini italiani, quindi ha ristretto le maglie. Questo denota approssimazione dovuta alla fretta o alla voglia di dare un significato politico alla cosa: sarebbe infatti impossibile escludere i cittadini europei, perché ci sono delle regole che stabiliscono la reciprocità in materia di servizi sanitari e reddito minimo per i cittadini europei. Se guardiamo agli altri paesi Ue, buona parte di essi pone delle restrizioni agli extracomunitari, però non sono rigide come quelle del reddito di cittadinanza del contratto di governo.”

Quale impatto economico avrebbe l’inclusione dei soli cittadini italiani come destinatari di questa misura?

“Gli stranieri in Italia non sono così tanti come si pensa: sono meno del 10% della popolazione residente. Vero è che sono più poveri della media nazionale, perché fanno lavori più saltuari, meno pagati, la maggior parte delle donne non lavorano per questioni culturali e hanno più figli delle famiglie italiane. Secondo le nostre stime, gli stranieri beneficerebbero del 20% della spesa totale in reddito di cittadinanza (una quota doppia rispetto alla loro quota sulla popolazione), per cui escluderli implicherebbe spendere 3 miliardi in meno sui 15 miliardi di costo totale della misura stimati dall’Istat. I dati sull’uso del reddito di inclusione (Rei) ci dicono che la maggior parte dei primi beneficiari sono del Sud Italia, dove ci sono pochi stranieri. La maggior parte dei beneficiari del Rei sono quindi famiglie di italiani.”

Quali sono le similitudini e le differenze tra il vigente Rei e il reddito di cittadinanza del contratto di governo?

“Entrambi sono redditi minimi condizionati al basso reddito e all’accettazione di forme di reinserimento sociale. Il reddito di inclusione (Rei) può essere richiesto anche dalle famiglie immigrate, purché abbiano il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Il Rei a differenza del reddito di cittadinanza non discrimina in base alla nazione di origine. Il reddito di cittadinanza è molto più generoso e con una soglia molto alta (780 euro contro i 187 euro del Rei), ma porta con sé il rischio della trappola della povertà, soprattutto per le donne, che è meno probabile che siano occupate. Il reddito di cittadinanza ha una platea più ampia: si parla di circa 2 milioni di famiglie, contro le 700mila del Rei. Il reddito di cittadinanza considera solo il reddito disponibile delle famiglie per calcolare l’importo, mentre il Rei guarda anche all’Isee, per cui esclude le famiglie che pur avendo un basso reddito, hanno un patrimonio come la casa di proprietà superiore a un certo valore. Il reddito di cittadinanza inoltre è condizionato dall’accettazione di almeno 3 proposte di lavoro dai centri per l’impiego, perché l’idea alla sua base è che la povertà sia una conseguenza della mancanza di lavoro. Nel Rei sono previsti servizi sociali da parte soprattutto dei comuni. I 2/3 delle famiglie interessate al reddito di cittadinanza hanno già una persona con un lavoro: saltuario o poco pagato, oppure con tanti figli a carico. I centri per l’impiego avrebbero un compito più difficile col reddito di cittadinanza: trovare un secondo lavoro a una famiglia, dove spesso  gli altri membri del nucleo familiare sono più difficilmente occupabili perché sono casalinghe con basso capitale umano oppure persone con obblighi di cura.”

Tra il Rei e il reddito di cittadinanza del contratto di governo, quale sarebbe più efficace contro la povertà?

“La cosa più logica e sensata sarebbe a mio avviso costruire su quello che c’è già, rendendo il Rei più simile al reddito di cittadinanza: aumentandone la soglia, erogando maggiori finanziamenti ai centri per l’impiego, assumendo più assistenti sociali. Questo compromesso potrebbe accontentare tutti, prevedrebbe un percorso progressivo e per attuarlo basterebbe investire una cifra minore, compatibile con conti pubblici italiani”.