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Catalogna: la sentenza del Tribunale Supremo rende irrinunciabile l’entrata in scena della politica

La sede della Generalitat (Governo regionale) della Catalogna, a Barcellona

Le condanne dei leader indipendentisti per sedizione e malversazione di fondi aumentano la frattura all’interno della società catalana e tra Madrid e Barcellona. Solo un dialogo di lungo periodo basato su concessioni reciproche potrà gettare le basi per la soluzione della crisi

di Andrea Spuntarelli

Al termine di 4 mesi di attesa (il dibattimento si era svolto dal febbraio al giugno scorsi) è arrivata la sentenza del Tribunale Supremo di Madrid nei confronti dei leader indipendentisti catalani, processati alla luce degli eventi che, tra settembre e ottobre 2017, portarono il Governo e il Parlamento di Barcellona a introdurre un ordinamento alternativo a quello spagnolo, celebrare un referendum di autodeterminazione ritenuto illegittimo dalla Corte Costituzionale e dichiarare (malgrado l’appoggio di meno di metà della popolazione) la secessione della Catalogna dal resto della Spagna.

Come si poteva immaginare, il verdetto arrivato nella giornata di lunedì 14 ottobre ha riportato sotto la luce dei riflettori e riaperto le ferite sociali legate a quella che, senza alcun dubbio, rappresenta la più grande crisi istituzionale dal ritorno di Madrid alla democrazia, ormai oltre quarant’anni fa. Nonostante i giudici del Tribunale Supremo non abbiano accolto le tesi della Procura e dell’accusa popolare (curiosamente rappresentata dal partito di destra radicale Vox) in merito al presunto verificarsi di una ribellione due anni fa, le condanne imposte per sedizione e malversazione di fondi pubblici sono state allo stesso modo dure: 9 dei 12 esponenti politici giudicati sono stati infatti condannati a pene di carcere comprese tra un minimo di 9 e un massimo di 13 anni, come toccato all’ex vicepresidente dell’Esecutivo catalano Oriol Junqueras.

La sentenza è stata accolta con estrema insoddisfazione dalle autorità barcellonesi, a partire dal presidente della Generalitat (ossia l’Esecutivo regionale) Quim Torra, le quali hanno parlato di “vendetta dello Stato autoritario spagnolo” e invitato apertamente i cittadini a scendere in piazza per protestare, contribuendo a dare luogo alle manifestazioni e ai blocchi che hanno interessato l’aeroporto di Barcellona, alcune autostrade e le linee dell’Alta velocità ferroviaria.

Al tempo stesso, l’epilogo del processo ha scontentato anche i settori più conservatori della magistratura e della politica spagnole, che hanno visto nella derubricazione dei fatti contestati da ribellione a sedizione (secondo i togati del Tribunale Supremo, la violenza non ha mai fatto parte in modo strutturale dei disegni degli indipendentisti) un ‘cedimento’ ispirato dal Governo centrale del socialista Pedro Sánchez, da tempo fautore di un dialogo nella cornice costituzionale con le istituzioni della regione.

Proprio le reazioni dei settori più radicali, tanto tra i fautori della secessione della Catalogna quanto tra i sostenitori di una risposta dura e permanente di Madrid alle sfide della Generalitat, permettono di comprendere che nell’immediato la sentenza non farà altro che allargare le distanze all’interno della società catalana, prostrata da anni di scontri steril che hanno messo l’uno contro l’altro moltissimi nuclei familiari e gruppi di amici, ed evidenziare la rottura tra milioni di cittadini e la comunità nazionale (quella spagnola) di cui fanno parte.

In altri termini, la soluzione alla crisi non poteva e non può venire dalle Aule dei Tribunali (cui d’altronde spetta nient’altro che l’applicazione delle leggi), ma soltanto dalla politica, che a questo punto non potrà continuare a venir meno al suo compito fondamentale: ricostruire ponti e garantire il dialogo tra avversari anche irriducibili, riconducendo i conflitti sociali nell’alveo dell’assetto istituzionale e normativo vigente.

Per raggiungere un obiettivo di questo genere saranno indispensabili compromessi sia a Barcellona che a Madrid, a partire dall’abbandono della via unilaterale da parte degli indipendentisti, i quali devono riconoscere che il progetto di imporre la secessione del loro territorio violando la Costituzione e ignorando il pluralismo della Catalogna è ormai fallito, e dalla presa d’atto della politica iberica che i milioni di persone che vogliono separarsi da quello che finora è stato il loro Paese non spariranno da un giorno all’altro.

La ricomposizione di una frattura di questo tipo richiederà tempi lunghi e altezza di sguardo da parte delle classi politiche e dirigenti interessate. In tal senso, non ha aiutato in questi anni e continua a non aiutare l’uso propagandistico che i partiti spagnoli e catalani hanno fatto fino ad adesso del dossier indipendenza, usato come arma di distrazione di massa in anni di crisi economica e scandali di corruzione di vario tipo.

Una strumentalizzazione, che conoscerà una nuova tappa nelle prossime settimane: il 10 novembre i cittadini iberici torneranno infatti ai seggi elettorali per la quarta volta in altrettanti anni, e non ci sarebbe da stupirsi se la campagna elettorale venisse contrassegnata (come sta già accadendo nelle ultime ore con i principali leader di Madrid: dal premier Sánchez al conservatore Pablo Casado, fino ad arrivare al liberale unionista Albert Rivera e al populista di sinistra Pablo Iglesias) da una corsa a mostrarsi più o meno inflessibili, a seconda delle convenienze elettorali, con gli attuali vertici dell’Amministrazione di Barcellona.

Poche cose potrebbero essere più dannose di assistere, nei prossimi mesi, a un’ulteriore politicizzazione della sentenza del Tribunale Supremo e delle sue possibili conseguenze (si pensi all’eventualità di concedere l’indulto ai leader condannati) o a uno sfruttamento del tema catalano per giustificare il prolungarsi dello stallo che rende impossibile in Spagna, dallo scorso mese di febbraio, la nascita di un Governo nel pieno dei propri poteri e che dovrebbe essere confermato dalle urne di domenica 10 novembre.

In definitiva, non sarà con estremismi di breve periodo che si potrà imboccare la strada della riconciliazione tra la comunità iberica e ampi settori della cittadinanza catalana, ma con una paziente e costante opera di ricucitura di cui, per il momento, non si intravedono le condizioni di base.

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli, è nato a Roma nel 1988. Giornalista, laureato in Scienze Politiche e della Comunicazione (Triennale) e in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica (Magistrale) presso la Luiss Guido Carli di Roma, dal 2014 lavora in Adl Consulting, dove attualmente ricopre il ruolo di Senior Policy Analyst. Scrive per LabParlamento fin dalla registrazione del sito come testata giornalistica. Dopo essere stato Assistente del Direttore responsabile, è ora Project manager del nostro giornale.
Andrea Spuntarelli