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Il caso. Siti nucleari: la promessa mancata di Calenda

Si era detto: “Prima delle elezioni”. Svuotati i cassetti ma della Cnapi nessuna traccia. Comunque, una “bomba ad orologeria” per il nuovo Governo

di LabParlamento

Svuotati ormai o quasi i cassetti della sua scrivania, il ministro Carlo Calenda, neoiscritto al Pd, si è dimenticato di un dossier non da poco conto: quello della pubblicazione della Carta delle aree idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari italiani (Cnapi), che lo stesso responsabile del Mise aveva promesso via Twitter “prima delle elezioni“.

In realtà, Calenda ha davvero svuotato i cassetti, firmando alcuni provvedimenti da tempo attesi (decreti relativi al biometano e alle imprese a elevato consumo di gas, i cosiddetti ‘gasivori’), inviando inoltre al Ministero dell’Ambiente la richiesta di concerto sugli schemi di DM riguardanti i Titoli di efficienza energetica (i Certificati bianchi) e gli incentivi alle energie rinnovabili cui si aggiunge la richiesta di parere al Consiglio di Stato per poter poi varare l’Elenco dei soggetti abilitati alla vendita di energia elettrica. Ma in tema di nucleare tutto ancora tace.

Certamente, il varo della Carta prima del voto avrebbe potuto creare qualche problema al Governo, dato che stiamo parlando di una decisione che provocherà sicuramente polemiche e malumori nelle aree oggetto di “attenzione”. Il che sotto elezioni non era indubbiamente il massimo dal punto di vista della ricerca del consenso. Ma adesso, non si comprendono le ragioni del nuovo rinvio. Anzi, proprio in questo transitorio “terra di nessuno” la pubblicazione potrebbe evidenziare meno problematiche.

Vicenda intricata e senza dubbio complessa, quella del deposito, dato che, più la decisione slitta e più si corre il rischio di pagare profumatamente il ritardo a causa dello stoccaggio dei rifiuti all’estero. Una bomba ad orologeria, comunque la si veda, per il nuovo Governo.

A giugno 2017, parlando alla Commissione Ecomafie, Calenda aveva riassunto lo stato dell’arte. Nell’occasione il ministro aveva spiegato che l’ultimo ritardo era dovuto all’elaborazione di alcuni documenti sul programma nazionale, sul rapporto ambientale e sulla sintesi tecnica. Spiegando le tappe successive, Calenda aveva sottolineato che subito dopo si sarebbe chiuso il procedimento di Vas (Valutazione ambientale strategica) sul Programma nazionale di gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, entro “il quarto trimestre del 2017” (provvedimento che sarebbe tuttora alla firma dei ministeri concertanti, ndr). A quel punto, la Cnapi sarebbe stata ufficializzata.

A seguire partirà la consultazione pubblica i cui esiti saranno “la base per proseguire nell’identificazione dell’area potenzialmente idonea a sistemare definitivamente i rifiuti radioattivi” da sancire con decreto del presidente del Consiglio, adottato su parere tecnico dell’Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione.

La costruzione del deposito a sua volta richiederà otto anni, e dovrebbe terminare “per la fine del 2025”. Secondo il ministro del resto il deposito nazionale è l’unica soluzione in grado di “garantire lo stoccaggio in sicurezza dei rifiuti radioattivi” e “il trasferimento di questi rifiuti in un’unica struttura garantirà sicurezza ambientale e dei cittadini”. Calenda aveva anche aggiunto che, “sebbene l’intera realizzazione del deposito è prevista per la fine del 2025, il rientro dei rifiuti soldi radioattivi italiani processati all’estero potrà aver luogo già a partire da gennaio 2024”. Ma sarà davvero così?

In ogni caso, la “patata bollente” è ufficialmente sul tavolo del futuro ministro dello Sviluppo Economico. Quando si parla di grandi investimenti infrastrutturali nazionali per riavviare l’economia mai una volta, infatti, che venga nominato il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi. Si tratta invece di un grande opera di pubblica utilità, un progetto da 1,5 miliardi di euro  imprescindibile non solo per chiudere il ciclo di smantellamento delle centrali nucleari ma per smaltire i rifiuti sanitari; i materiali radioattivi usati in diversi processi industriali; i radioisotopi usati nella ricerca biomolecolare così come ambientale. Il deposito è anche un obbligo di legge che risale al 2010. Un impegno inevaso che ci colloca tra gli ultimi Stati europei inadempienti e che ha fatto scattare l’ennesima procedura d’infrazione.