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Carissima frode fiscale: quanto ci costano la mancata trasparenza e le pratiche sleali nell’Unione europea

L’Ue soffre dell’assenza di coordinamento tra gli Stati membri. Sette i “paradisi fiscali” in Europa

di Maria Carla Bellomia

In questi giorni in cui l’Ecofin ha rivisto al rialzo la black list dell’Ue sui paradisi fiscali, inserendo, tra gli altri, anche le isole Cayman tra le giurisdizioni non cooperative, torna di stretta attualità l’intramontabile questione del costo dell’elusione e dell’evasione fiscale negli Stati membri dell’Unione europea.

Se su carta, l’Unione appare determinata ad assumere un ruolo guida nella lotta globale all’evasione fiscale, all’elusione e al riciclaggio di denaro, il costo dell’evasione in Europa resta spaventoso, con cifre che sfiorano i 900 miliardi di euro, proprio a causa della mancata trasparenza fiscale a livello globale.

Fin dalla sua creazione, la Comunità europea ha cercato, con diversi i tentativi, di costruire una vera e propria fiscalità europea, o almeno di istituire processi di armonizzazione, ma i risultati non sono stati all’altezza delle aspettative.

Il primo ostacolo da superare risiede nella mancata attribuzione all’Unione europea di competenze in materia di imposizione fiscale e aliquote delle imposte, che rimangono saldamente ancorate alla potestà dei singoli Stati membri.

Non solo: il quadro in cui l’Unione interviene, per giunta solo limitatamente, è estremamente disomogeneo a causa dei regimi fiscali differenziati in ogni Stato, con la conseguente creazione di distorsioni e casi di concorrenza sleale.

Basti pensare che, secondo il recente rapporto del Parlamento europeo, pubblicato nel febbraio 2019, sono ben sette i paesi dell’UE  – Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi – che presentano le caratteristiche di un paradiso fiscale e che facilitano una pianificazione fiscale aggressiva. Tra questi, i Paesi Bassi, priverebbero da soli gli altri Stati membri dell’UE di 11,2 miliardi di euro di gettito fiscale, compromettendo l’integrità dello stesso mercato unico europeo.

L’inchiesta, portata avanti dal Parlamento e durata un anno, era stata originata da tre progetti dell’International Consortium of Investigative Journalists – “Lux Leaks”, “Panama Papers” e “Paradise Papers”: ciò che era emerso, era che molte multinazionali targate Usa, come Apple, GlaxoSmithKline, Nike, Disney, Ikea, Koch Industries, Allergan, Skype e altre, avevano segretamente messo in piedi operazioni complesse, in alcuni dei paesi più piccoli dell’Ue, per creare opportunità di elusione fiscale per decine di aziende nel vecchio continente e al di fuori.

C’è poi il nodo dell’imposizione fiscale equa per le imprese e della definizione di un regime IVA definitivo, quali ulteriori priorità strategiche per l’Ue, oltre al fatto che, secondo i Trattati, le misure fiscali devono essere adottate all’unanimità dagli Stati membri, con il rischio di un effetto censura.

In particolare, per tentare di sbloccare il meccanismo dell’unanimità, che ostacola il raggiungimento del necessario livello di coordinamento fiscale, la Commissione europea ha presentato una proposta per il passaggio alla votazione a maggioranza qualificata in alcuni ambiti fiscali ma gli Stati membri hanno finora respinto tale iniziativa.

Se infatti la Commissione e il Parlamento europeo si sono dimostrate le istituzioni più attente alla necessità di una maggiore trasparenza e per la fine delle pratiche fiscali sleali, per adattare l’attuale sistema fiscale alle nuove sfide economiche globali, lo stesso non può dirsi per il Consiglio che, scontando evidentemente l’assenza di una chiara volontà politica, non è riuscito a compiere progressi significativi, in particolare per quanto riguarda la riforma delle imposte sulle società.

La Commissione europea ha presentato, nel corso dell’ultimo ciclo istituzionale, ben 26 proposte legislative finalizzate a migliorare la lotta contro i reati finanziari e la pianificazione fiscale aggressiva e ad aumentare l’efficienza nella riscossione delle imposte e l’equità fiscale.

Per quanto riguarda invece il Parlamento, esso ha assunto un vero e proprio ruolo di guida in questa battaglia, con proposte ambiziose e concrete per aumentare la trasparenza e combattere l’elusione fiscale, chiedendo che vengano introdotti, al più presto, lo scambio automatico tra gli Stati membri delle decisioni anticipate in materia fiscale (i “ruling fiscali“) e la rendicontazione pubblica per paese da parte delle imprese multinazionali, insieme a una definizione comune dei paradisi fiscali e a sanzioni forti e concrete.

Nel 2018, L’Europarlamento ha poi istituito una commissione speciale sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale (TAX3), che ha lavorato un anno con l’obiettivo di districare quella che oramai è diventata una jungla a livello europeo, con paesi che fanno il proprio gioco – talvolta sleale – e in concorrenza fra di loro.

Il quadro che ne è emerso non è affatto incoraggiante: quello che manca, ad oggi, è un effettivo coordinamento europeo a livello fiscale che consenta all’Ue di raggiungere gli obiettivi prefissati dalle proprie strategie comuni a lungo termine e al Mercato unico di dispiegare tutte le sue potenzialità di fronte ad un mondo globalizzato sempre più aggressivo, dove le grandi multinazionali riescono anche in Europa a trovare i loro paradisi fiscali.

Considerato infatti il carattere transfrontaliero dell’evasione e dell’elusione fiscali, l’intervento a livello strettamente nazionale si è rivelato generalmente inefficace per affrontare questi problemi, mentre un approccio coordinato alla lotta contro gli abusi fiscali — sia a livello dell’UE che a livello internazionale — appare come la sola risposta vincente.

Lascia ben sperare, in tal senso, la rcente conclusione di un accordo provvisorio sul finanziamento del programma di cooperazione fiscale dell’UE (“Fiscalis”) relativo al prossimo periodo di bilancio a lungo termine dell’UE 2021-2027. Questo accordo dovrebbe contribuire a promuovere una più stretta collaborazione fiscale fra gli Stati membri e quindi a istituire sistemi fiscali più equi ed efficienti nonché a ridurre gli oneri amministrativi per i cittadini e le imprese.

In conclusione, l’Ue dovrebbe adottare un’ampia strategia per sostenere, con il supporto delle politiche pertinenti, gli Stati membri a passare dai loro vigenti sistemi fiscali dannosi a un sistema fiscale compatibile con il quadro giuridico dell’UE e lo spirito dei trattati istitutivi dell’Unione. In conformità al principio di solidarietà che dovrebbe guidare le azioni degli Stati membri dell’Ue.

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia

Maria Carla Bellomia, romana, classe 1985. Laureata con lode in Studi Europei presso la Sapienza di Roma, si è specializzata presso la medesima Università in Diritto parlamentare e delle Assemblee elettive. Attiva nel settore delle Relazioni istituzionali e del Public Affairs, dopo alcune esperienze formative di studio e di lavoro all’estero per organismi comunitari, dal 2013 collabora con un Gruppo parlamentare alla Camera dei Deputati, per il quale si occupa principalmente di monitoraggio e di drafting legislativo in materia di politiche dell’Unione europea, con particolare riguardo ai profili di adeguamento della normativa nazionale all’ordinamento comunitario. Collabora con LabParlamento dal 2017.
Maria Carla Bellomia