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Brexit, ecco a che punto siamo. L’intervista a Gabriele Carrer

Ormai l’ipotesi «no deal» viene soltanto minacciata nei colloqui per provare a strappare qualcosa di più all’Ue, nessuno ci crede davvero.

di Simone Santucci

Cosa pensano i britannici due anni dopo il voto per la Brexit? Se si tenesse di nuovo oggi il referendum avremmo lo stesso esito?

In questi giorni molti quotidiani britannici stanno facendo il giochino dei sondaggi: un giorno dicono che rivincerebbe il Leave, l’altro parlano di ribaltone sulla scia di un ritrovato europeismo. La maggior parte degli analisti, dei commentatori e persino degli scommettitori non aveva previsto l’esito del voto del 23 giugno 2016: in pochi credevano nella vittoria del Leave. L’unica cosa su cui erano concordi era lo scarto minimo tra i due fronti. Oggi la situazione è la stessa. E l’unica cosa che potrebbe smuoverla è un quesito referendario diverso. Nel 2016 la domanda era «Dentro o fuori?», senza specificare cosa significasse «fuori», con quali accordi. Questo non soltanto ha generato le difficoltà nei negoziati (con, per esempio, il fronte degli hard brexiteer che dice che la Soft Brexit del premier Theresa May tradisce la volontà popolare) ma ha anche ingannato gli elettori. Se oggi si chiedesse «Volete rimanere nell’Ue oppure uscire con l’accordo X» penso che le cose, a partire dalle campagne pro e contro l’una o l’altra opzione, potrebbero cambiare.

Perché Brexit ha avuto successo?

Le ragioni sono tante ma tutte riconducibili a una richiesta di maggior protezione economica e sociale. L’ex premier David Cameron sbagliò, pensando di vincere il referendum e con questo risultato fermare l’avanzata dell’ala destra del Partito conservatore. Ora quel fronte, che fa l’opposizione interna al governo May, è un bacino elettorale fondamentale per i Tories, come dimostrano alcune politiche ispirate al One-nation conservatism, cioè un conservatorismo paternalistico, promesse dall’esecutivo. Tutto si può riassumere nella frase forte della campagna per il Leave: «Vote Leave and take back control». L’euroscetticismo britannico nulla ha a che vedere con quelli continentali, e non soltanto per la questione monetaria. Nel Regno Unito non esistono europeisti, soltanto euroscettici meno accesi: il popolo britannico, per cultura e tradizione, non sopporta chi dal continente vuole imporgli qualcosa. Finché gli parli del libero commercio ok, ma quando vede qualcuno intenzionato a mettere il naso nella giustizia e nella gestione delle frontiere la musica cambia.

Gabriele Carrer, giornalista de «La Verità». Cura «Fumo di Londra», una newsletter settimanale sulla Brexit . Con Stefano Basilico ho scritto «Lady Brexit. Theresa May a Downing Street», biografia del premier britannico pubblicata da NR Edizioni 

Le difficoltà del governo May sono ormai evidenti da mesi eppure la premier riesce a resistere nonostante una sempre più ampia fronda all’interno del Partito  conservatore. Arriverà a fine mandato?

Andrea Leadsom, la leader dei Comuni e ultimo candidato a cedere alla May nella corsa alla leadership del Partito conservatore nel 2016, dopo il discorso del premier al congresso di partito ha detto: «Penso che la politica sia un gioco a breve termine; una settimana può cambiare molto». Ormai il pensiero che il mandato della May scada a fine marzo 2019, quando il Regno Unito uscire dall’Ue, sta facendo presa nel mondo conservatore. Il suo mandato, sin da quando è entrata al numero 10 di Downing Street, era chiaro: la Brexit. Lei vorrebbe guidare il Paese anche durante il periodo di implementazione che finirà a fine 2020, ma il suo partito la pensa diversa. Basti pensare che ora sono in molti quelli che dicono pubblicamente «Facciamo un accordo per uscire poi al massimo lo rinegoziamo». E chi lo rinegozia? La stessa persona che ha firmato quell’intesa che già tutti vogliono rivedere? Ne dubito. E si riaprirà una corsa alla leadership del Partito conservatore il cui esito dipenderà anche dal tipo di accordo che la May riuscirà a strappare all’Ue.

Un Regno Unito fuori dall’Unione Europea è destinato a un ruolo marginale nello scacchiere internazionale? 

Non penso. Un ruolo da ridisegnare certamente, ma marginale no. Il Regno Unito rimarrà fondamentale per gli Stati Uniti, anche se Emmanuel Macron vorrebbe fare della Francia l’interlocutore europeo principale di Washington dopo la Brexit. Il Regno Unito ha rapporti con l’Ue in materia di difesa e sicurezza che sono fondamentali per entrambe le parti: basti pensare ai database Ue o all’expertise britannica in ambito militare. E poi ci sono aziende di Paesi europei, basti pensare alla nostra Leonardo, che collaborano con l’industria britannica o addirittura direttamente con il governo di Londra. Il ruolo italiano nel progetto del nuovo caccia britannico Tempest dimostra che, nonostante la Brexit, l’Ue e il Regno Unito avranno ancora bisogno l’uno dell’altro. La grande sfida per il governo britannico è che ora dovrà sedersi al tavolo con tutti i suoi partner internazionali e parlare di una nuova cooperazione. Magari andrà meglio, magari andrà peggio: Brexit è un’opportunità, dice Londra. Vedremo.

Alla fine della storia ci sarà un accordo con l’Ue?

Nella ultime settimane sta crescendo l’ottimismo sia a Londra che a Bruxelles che a Dublino. La soluzione alla questione irlandese è vicina, lo dicono tutte le parti in causa. Ma il tempo non è molto, l’Ue vuole chiudere a novembre. Ormai l’ipotesi «no deal» viene soltanto minacciata nei colloqui per provare a strappare qualcosa di più all’Ue, nessuno ci crede davvero. Come dicevo, si pensa a un accordicchio per uscire, al massimo lo si rinegozierà, magari sperando in un Parlamento europeo e in una Commissione, quelli che usciranno dalle urne di maggio prossimo, senza l’obiettivo di punire il Regno Unito per la sua scelta.

Tutti i sondaggi danno avanti il “nuovo old Labour” di Jeremy Corbyn. Come si spiega un consenso così relativamente vasto per un leader che propone ricette già sconfitte per decenni dai vari Margaret Thatcher e John Major?

La risposta a questa domanda forse c’è già in quelle precedenti. Il popolo britannico non ha ancora visto un grande evento antisistema, come Trump o il governo M5s-Lega. Questo perché, come si diceva, il rapporto con l’Ue non è in cima alle priorità britanniche. Corbyn ha ripreso ricette vecchie ma le comunica in forme moderne, promette protezione economica e sociale (certo, a spese dello stesso contribuente, visto l’ampio piano di nazionalizzazioni che ha in mente) ma soprattutto è percepito come il nuovo che rappresenta il popolo. Non dimentichiamo, infatti, che il Partito conservatore è al governo dal 2010 e che la Brexit l’hanno coltivata e la stanno guidando i Tories. Prima ancora c’era un Partito laburista molto più social-liberale rispetto a quello radicale di Corbyn. Che è il vero Trump britannico: è lui che, nonostante i suoi 70 anni e una vita in politica (Trump, invece, è sempre stato piuttosto inserito nella cosa pubblica di New York, ipotizzando spesso in passato la candidatura), è riuscito a ridare smalto a formule che sembravano seppellite. Nasce anche da quella richiesta di protezione, formulata dai dimenticati della globalizzazione, che ha favorita la vittoria del Leave.