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Brexit: tutto (ancora) rinviato al 31 ottobre

Il Consiglio europeo ha optato per una proroga flessibile di 6 mesi della data di uscita della Gran Bretagna. Ma serve un vero cambio di strategia a Londra per risolvere il rebus. Nel frattempo, il Regno Unito quasi certamente parteciperà al voto per il Parlamento Ue

 di Andrea Spuntarelli

Tutto rinviato a giovedì 31 ottobre, a meno che Westminster non approvi prima un accordo per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Questo, in poche parole, è stato l’esito del Consiglio Ue straordinario del 10 aprile sulla Brexit, nel quale, dopo una nottata di discussioni, i leader dei 27 Stati membri comunitari hanno deciso di concedere a Londra un rinvio flessibile di 6 mesi del divorzio da Bruxelles, con un check up della situazione già fissato per giugno.

La data del 31 ottobre è stata frutto di un compromesso tra la linea dura nei confronti dei britannici portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron e l’approccio conciliante della cancelliera tedesca Angela Merkel, ed è stata accettata senza grandi rimostranze dalla primo ministro Theresa May, malgrado avesse recentemente affermato di non essere disposta ad accettare una proroga della separazione con l’Europa che andasse oltre il 30 giugno.

May l’11 aprile ha fatto ritorno alla Camera dei Comuni per riferire ai parlamentari del Regno Unito la decisione dei Capi di Governo Ue, annunciando in seguito che continuerà a dialogare con i laburisti di Jeremy Corbyn per individuare una soluzione che consenta di superare lo stallo degli ultimi mesi, e che, qualora ciò non fosse possibile, si rimetterà alle alternative che verranno eventualmente individuate dal Parlamento (finora rivelatosi in grado solo di rifiutare la prospettiva del no deal), a patto che l’opposizione faccia altrettanto.

Negli ultimi giorni sono tornate a circolare le voci secondo cui l’inquilina di Downing Street punterebbe, una volta trascorsa la pausa pasquale dei lavori di Westminster, a ottenere al quarto tentativo il via libera dei deputati al Withdrawal agreement siglato con Bruxelles nel novembre 2018. Tuttavia, l’insofferenza di larghe schiere dei conservatori nei confronti della primo ministro (la quale da alcune settimane ha promesso di dimettersi non appena si chiuderà la prima fase della Brexit) ha raggiunto un tale livello di guardia da rendere improbabile che possa verificarsi adesso, senza la minaccia del distacco traumatico dall’Ue, ciò che May non è stata in grado di conseguire quando Londra si è trovata a un passo dal salto nel buio.

Data la piega che hanno preso gli eventi, quasi certamente la Gran Bretagna dovrà partecipare alle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nel continente tra il 23 e il 26 maggio, a quasi tre anni di distanza dal referendum del 2016. Nessuna delle due parti in causa desidera uno scenario di questo tipo, che potrebbe da un lato ad alterare il funzionamento di un’istituzione cruciale per l’Ue (i 73 europarlamentari britannici potrebbero compiere scelte dettate da interessi a breve termine) e dall’altro riaprire la frattura sociale tra Leavers e Remainers, che nel Regno Unito è ancora lungi dal rimarginarsi. In quest’ultimo senso, infatti, il voto per le Europee potrebbe seminare frustrazione nell’elettorato britannico e trasformarsi in un surrogato del secondo referendum sull’appartenenza all’Unione europea, con i nuovi movimenti legati alle posizioni più radicali sulla Brexit (su tutti, il Brexit Party appena costituito da Nigel Farage) pronti a sfruttare la situazione e a fare leva sul sistema proporzionale per mettere ancora di più in difficoltà Tories e Labour, molto divisi al loro interno.

Dunque, la decisione di Bruxelles ha senza dubbio avuto il merito di scongiurare l’avanzata inesorabile del no deal, ma da sola non risolve i problemi del Regno Unito, che da ora in avanti dovrà davvero cambiare strategia per risolvere il rebus di una scelta politica che, a questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti, era ben più complessa di quanto lasciasse immaginare la logica binaria tipica delle consultazioni referendarie. Come evidenziato dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, è indispensabile che la Gran Bretagna non sprechi l’ulteriore tempo che le è stato concesso.

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli

Andrea Spuntarelli, è nato a Roma nel 1988. Laureato in Scienze Politiche e della Comunicazione (Triennale) e in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica (Magistrale) presso la Luiss Guido Carli di Roma, dal 2014 lavora in Adl Consulting, dove attualmente ricopre il ruolo di Senior Policy Analyst. Scrive per LabParlamento fin dalla registrazione del sito come testata giornalistica. Dopo essere stato Assistente del Direttore responsabile, è ora Project manager del giornale.
Andrea Spuntarelli