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Arriva la Web Tax europea: non tutto però è ancora chiaro

Tutto pronto per l’introduzione di una tassazione unica dei giganti di Internet. Il 21 marzo presentazione ufficiale: qualche indiscrezione

di Alessandro Alongi

Conto alla rovescia per l’approvazione di un’imposta sulle transazione digitali unica in tutta Europa: è questo, almeno, il dossier sul quale l’esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker sta lavorando, così da mettere un freno all’evasione dei giganti di Internet.

Negli ultimi tempi, per la verità, ogni stato si è più o meno attrezzato per contrastare l’elusione fiscale prodotta dalla digital economy, non ultima anche l’Italia che, con l’ultima legge di bilancio, ha introdotto (ma a partire dal 2019) la sua personalissima tassa sulle transazioni web: un’imposta del 3%bsul valore delle transazioni digitali relative a prestazioni di servizi effettuate tramite mezzi elettronici, cioè quei servizi forniti attraverso Internet «la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata, con un intervento umano minimo impossibile da garantire in assenza della tecnologia dell’informazione». Nella versione tricolore, quindi, la tassa colpirà soltanto le prestazioni di servizi immateriali resi tramite la rete (software, pubblicità on line, download di contenuti ecc..), lasciando salvo il «commercio elettronico indiretto», ovvero quello per il quale il web rappresenta soltanto una «vetrina», svolgendosi poi la restante parte della fornitura del prodotto in forma tradizionale (gestione del magazzino, spedizione del bene tramite i consueti canali postali o a mezzo corriere ecc..).

Come i tecnocrati di Bruxelles intenderanno strutturare l’eurotassa digitale è ancora top-secret, ma qualche indiscrezione c’è già. Prima della presentazione ufficiale il prossimo 21 marzo, la Commissione europea sta cercando di intensificare i rapporti con i giganti di Internet, almeno per trovare un primo accordo sull’impostazione di massima.

Mercoledì scorso il Commissario per gli affari economici e monetari dell’UE Pierre Moscovici ha incontrato, nel corso di una tavola rotonda, i maggiori player di Internet (Google, Amazon e Booking) per discutere un approccio condiviso per la tassazione della nuova economia digitale. Tutti d’accordo a trovare una soluzione condivisa, magari strutturando un sistema tributario basato sugli utili (e non sui ricavi) e tenendo fuori le giovani startup, così da agevolare l’imprenditorialità e lo sviluppo di nuove idee.

Nessuna big digital company è al riparo dalla scure fiscale europea, o quasi. Sicuramente, sul modello italiano, verranno coinvolte le imprese che vendono pubblicità online, o rendono disponibili spazi pubblicitari sulla rete, come ad esempio Google, Facebook o Instagram. Dentro la rete di Moscovici anche Amazon (in qualità di piattaforma dedicata alla compravenditadigitale), Airbnb e Uber, in qualità di aziende intermediatrici tra privati. Esclusi, invece, i servizi di media online come Netflix.

Secondo Reuters, che ha visionato la prima bozza del provvedimento, la nuova web digital tax potrebbe essere compresa tra l’1 e il 5% delle entrate digitali realizzate da tutte le aziende che conseguono profitti in Europa per almeno 10 milioni di euro all’anno. Un balzello digitale di tutto rispetto, ma che provoca già i primi malumori.

Lussemburgo, Olanda, Cipro, Malta e Irlanda hanno già annunciato guerra. Sono essi, infatti, i nuovi paradisi fiscali digitali, paesi che promettono accordi particolarmente vantaggiosi per le nuove imprese innovative che intendono stabilirsi e creare business. Proprio il Granducato, guidato per 18 anni da Juncker, ha concesso vantaggi fiscali illeciti ad Amazon per un totale di 250 milioni di euro, e per questo è finito sotto la lente di ingrandimento dell’Antitrust europeo che, a breve, potrebbe spiccare una sanzione in tal senso.

Fiato sospeso, dunque, almeno sino al 21 marzo, quando si alzerà il sipario sulla nuova tassa e, come all’inizio di ogni spettacolo che si rispetti, il bello dovrà ancora arrivare.