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Anche nodo deleghe nella difficile coabitazione tra Lega e 5 stelle

LUIGI DI MAIO e MATTEO SALVINI

Il primo mese di convivenza politica tra i due schieramenti ha fatto emergere diverse contraddizioni. Malumori che mettono a rischio il Governo di Giuseppe Conte.

Di Alessandro Alongi

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione dove da poco più di un mese si affrontano i due partiti di governo, Lega e Movimento 5 Stelle. Per quanto le due forze politiche si prodighino di rispettare le apparenze, esse sembrano in disaccordo su tutto.

Forse è un po’ presto per tracciare un primo bilancio del nuovo Governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto da un’inedita maggioranza penta-leghista, ma dal tono delle dichiarazioni registrate in questi ultimi giorni si possono già intravedere e definire i rapporti di forza all’interno dell’esecutivo.

Nonostante le affermazioni di senso opposto, infatti, non passa giorno che tra i due principali esponenti del governo pentastellato, i vicepremier (e ministri) Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non si registri un duello, anche se a colpi di fioretto, su qualsiasi tema sia all’attenzione del Governo.

Ultime, in ordine di apparizione, le frizioni sul «Decreto dignità» licenziato dall’esecutivo otto giorni fa. Il testo, così come approvato, ha avuto l’effetto di dividere il Governo, gettando scompiglio tra l’elettorato leghista, in gran parte imprenditori, che hanno intravisto nelle modifiche introdotte ai contratti a termine non poche criticità. In attesa della presentazione del testo alle camere per la relativa conversione, il dibattito politico ha registrato le diverse posizioni tra Movimento 5 Stelle e Lega. Proprio il partito di Salvini nutre forti perplessità sulle norme che prevedono una durata massima di 24 mesi per i contratti a termine, in luogo dei 36 ante modifica. Anche l’innalzamento dell’indennità in caso di licenziamento (adesso a 36 mesi, in precedenza prevista sino a 24 mensilità) impensierisce i leghisti, che starebbero studiando le modifiche da introdurre in aula. L’aria è tesa, e lo stesso Di Maio ha offerto timidi segnali di apertura, affermando la disponibilità a qualche modifica «senza però annacquare il testo». Dove, invece, si preannunciano conflitti, è sull’abolizione della causale nel rinnovo dei contratti a tempo determinato, modifica auspicata dalla Lega ma sulla quale il Ministro Di Maio non è disposto a retrocedere.

Seguono, a ruota, le divergenze sul Presidente dell’INPS Tito Boeri. Il leader della Lega ha nei giorni scorsi definito ironicamente il capo dell’Istituto di previdenza «un fenomeno», dichiarando che «ci sarà tanto da cambiare». Un vero e proprio licenziamento a cui ha fatto da contraltare proprio Luigi Di Maio sconfessando apertamente il collega di governo: «Boeri fino al 2019 resta in carica».

Altri punti divergenti si sono registrati sulla recente sentenza della Cassazione, nella quale i Supremi giudici hanno ordinato il sequestro dei beni della Lega per 49 milioni di euro. Il partito di via Bellerio forse attendeva dagli alleati pentastellati una presa di posizione in propria difesa, invece che un laconico «le sentenze vanno rispettate» da parte del Ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede.

Nervo scoperto, ancora, il capitolo immigrazione, con la dura (e notoria) presa di posizione di Salvini nei confronti delle navi delle Ong e i malpancisti grillini, guidati stavolta da Roberto Fico. Il Presidente della Camera ha più volte manifestato il proprio disappunto per lo stop alle navi delle Organizzazioni non governative, accompagnato dalla dichiarazione «io i porti non li chiuderei», affermazione che ha scatenato le più bizzarre etichettature da parte di molti (un ventaglio che va da «leader della sinistra grillina» a «Fico travestito da Boldrini»).

Sullo sfondo rimane latente il vero nodo ancora da sciogliere: è il capitolo dell’assegnazione delle deleghe di governo, in parte ancora in alto mare. Giovedì scorso sono state pubblicate alcune deleghe in Gazzetta Ufficiale. Ma molte rimangono ancora da assegnare.

Vicendevoli scaramucce paralizzano l’attività dei dicasteri dove si litiga sulle competenze da affidare ai ministri e ai loro subalterni. È il caso del sottosegretario ai trasporti (leghista) Edoardo Rixi, che attende (se mai arriverà) la delega ai porti da parte del ministro (grillino) Danilo Toninelli. Oppure il caso della vice ministra all’economia, la pentastellata Laura Castelli, che non vuol cedere la delega sui giochi e le scommesse al suo sottosegretario, il leghista Massimo Bitonci. O, ancora, più emblematico il caso del sottosegretario al Sud, la leghista Pina Castiello, che ancora non ha ricevuto nessuna delega specifica ma, più in generale, potrà occuparsi degli affari trattati dal Ministro (5 Stelle) Barbara Lezzi. Sempre che questa le devolva qualche dossier.

L’unico aspetto positivo di tutto ciò, sottolineano i maligni, è che chi non fa nulla – ancorché impedito a causa del proprio ministro – non sbaglierà mai.