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febbraio 20, 2017
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Sferzato da numerose correnti e da più o meno forti venti di scissione, oggi il Pd sembra al capolinea, ma nessuno ha il coraggio di scendere

di Francesco Scolaro

Quanto ancora deve continuare questa guerra fredda (che però si fa sempre più calda) all’interno del Partito Democratico?

Matteo Renzi, ormai dovrebbero averlo capito tutti, considera il partito come una macchina che lo deve mettere nelle condizioni di colmare la distanza che c’è tra le elezioni e Palazzo Chigi. Ha molteplici capacità politiche ma tra queste non si può certo annoverare quella di saper gestire il partito. Un partito che ha una presenza capillare su tutto il territorio nazionale ma che proprio per questo ha bisogno di una guida sicura che lo conosca in profondità e lo gestisca, pena ciò che sta accadendo: i circoli del Pd mostrano una inadeguata vena propositiva e sembrano privi di ogni forma di raccordo strategico con il centro romano (o meglio, toscano?) se non quella della fedeltà o meno al leader.

Da quando Renzi ha scalato il partito dal suo interno approfittando di un’oggettiva lacuna di leadership credibile e spendibile per la guida del Governo, il resto della classe dirigente del Pd pre-renziana non lo ha mai sopportato, lo ha prima sottovalutato, poi trattato come meteora destinata a restare sulla scena solo per qualche tempo, non lo ha mai accettato, non lo ha mai fatto sentire a casa. Renzi idem, ha ricambiato i medesimi sentimenti. Fin dalla prima edizione della Leopolda non ha mai utilizzato il simbolo del partito (così per tutte le sette edizioni). Non ha mai “cacciato” nessuno, per usare una formula cara a Fini e Berlusconi, ma di fatto nella fase decisionale ha esautorato uno alla volta tutti coloro che venivano considerati i suoi fedelissimi, tutti tranne il duo Boschi-Lotti. Senza troppi giri di parole, la classe dirigente del Pd durante la segreteria Renzi è composta da tre persone, con gli innesti del presidente Matteo Orfini (ex pupillo di D’Alema) e di pochi altri, tutti renziani della seconda se non della terza ora.

Se si escludono i meri calcoli elettorali, il quadro si chiarirebbe – una volta per tutte – se la scissione finalmente si consumasse. Evitando di prolungare questa lenta agonia, basata sul fatto che si cerca di non sacrificare il tutto sull’altare del “io non caccio nessuno” per segnare una nota di diversità rispetto alle periodiche espulsioni del Movimento di Beppe Grillo.

Purtroppo, la rincorsa al M5S sui temi cari alla cosiddetta anti-politica, come i vitalizi (sigh!) e gli stipendi dei parlamentari, ha rappresentato l’inizio della fine del Pd. Senza contare che quando si diventa la brutta copia dell’originale, il seguito popolare che si riesce ad attrarre è e sarà sempre minore di quanto riuscirà a fare chi possiede il marchio di fabbrica. Vale nel marketing, tanto quanto in politica.

Renzi e la sua (attuale) maggioranza in Direzione non vogliono “cacciare” nessuno. Ne fanno un vanto, lasciando sempre spiragli di dialogo, senza fare mai delle vere aperture. I vari Bersani, D’Alema, Speranza, Emiliano, Rossi non fanno passare giorno senza evocare una scissione, salvo poi non renderla mai reale, mentre continuano a sostenere che nei fatti c’è già. Un po’ di chiarezza farebbe bene a tutti, a chi resta e a chi va.

Se c’è poca chiarezza da parte di tutti, se manca il passaggio dalla fase dell’annuncio a quello dell’azione, non è perché manca una base programmatica condivisa (che comunque non c’è) bensì perché se le elezioni sono vicine e se la legge elettorale sarà davvero proporzionale, tanto Renzi quanto i vari capicorrente devono valutare bene come muoversi in vista della formazione delle liste. Questa rincorsa ai Cinquestelle finisce poi per arenarsi su uno degli aspetti prediletti all’antipolitica: la lotta per le “poltrone”, quelle di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.

Le dirette streaming (anche queste adottate per non essere da meno rispetto a Grillo che poi però, non a caso, le ha abolite) di tutti gli appuntamenti cruciali, quelli nei quali si dovrebbe invece cercare il faticoso compromesso, favoriscono lo scontro e rendono il quadro più complicato e la soluzione (nel senso di accordo) praticamente impossibile. Entrambe le fazioni contendenti continuano a parlare al proprio pubblico e ai propri nemici, ripetendo come un mantra: “il nostro popolo non capirebbe una scissione”. No, il popolo del Pd non capisce perché continuare a fare i separati in casa con l’aggravante dell’aperta guerra intestina. Il popolo del Pd, e non solo quello, non capisce perché il più grande partito di centrosinistra si chiude a riccio discutendo di beghe interne invece di occuparsi a tempo pieno dell’Italia. Qual è il programma dei prossimi mesi di governo? Quali sono gli obiettivi? Come si affronta la disoccupazione giovanile ancora in aumento? Come si argina un debito pubblico ancora in crescita? Come si viene a capo di questa manovra correttiva da 3-4 miliardi che l’Ue ci chiede? Come si affronta il 2017 che vede andare al voto, tra gli altri, Francia e Germania, con esiti imprevedibili? Come si reagisce al Trumpismo dilagante anche in Europa ma anche in Italia (Salvini, Meloni, anche Grillo)? Non si sa. Si sa solo che Renzi e i suoi avversari non si trovano d’accordo praticamente su niente. Così facendo il Pd rischia di lasciare campo libero al centrodestra e ai Cinquestelle.

Durante la campagna delle primarie del 2009, Pierluigi Bersani scelse di utilizzare una canzone di Vasco Rossi per la chiusura dei comizi, “Un senso”. Le strofe di quella canzone non lasciavano ben sperare sul prossimo futuro, sia quello della sua segreteria che quello degli appuntamenti elettorali, né lasciavano ben presagire sul futuro del Pd: “Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha”. Ecco, si prenda atto che questa storia non ha più senso, ammesso che ne abbia mai davvero avuta (la famosa “fusione a freddo” di due anime, quella rossa e quella bianca, che non sono mai state veramente in grado di amalgamarsi per diventare una). Basta accanimento terapeutico. Non si faccia come con Ilva, Alitalia o Monte dei Paschi. Non si arrivi allo stadio finale. Si decreti la fine del Pd come lo conosciamo oggi, si apra una nuova storia, magari che abbia un senso fin dal principio.

Francesco Scolaro

Francesco Scolaro

Francesco Scolaro è nato a Policoro nel 1982. Laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali, con un master di secondo livello in “Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale”, presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Nel 2010 ha svolto un tirocinio presso la Camera dei Deputati, all’interno del Dipartimento Internazionale del gruppo parlamentare del Partito Democratico. Nel 2011 ha svolto un tirocinio presso il Senato della Repubblica, collaborando con la Commissione Permanente 10ª (Industria, commercio, turismo). Da marzo 2012 a settembre 2013 è Analyst presso la società di public affairs Cattaneo Zanetto & Co. Nel settembre 2013 entra nel team di Adl Consulting come Senior Advisor di affari istituzionali, attualmente è Head of Public Affairs & Policy Analysis. Scrive per LabParlamento dal 2014
Francesco Scolaro