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60 candeline: il sogno europeo tra speranza e delusioni

Considerazioni alla vigilia dell’anniversario dei Trattati di Roma

di Omar Ariu

Il 25 marzo del 1957 veniva firmato, a Roma, il Trattato istitutivo della Comunità Europea fra sei Paesi dell’Europa centrale: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Italia e Paesi Bassi. Sessant’anni fa, dunque, nasceva il primo nucleo effettivo di “Europa”, quella che nel 1993 con il Trattato di Maastricht sarebbe diventata l’Unione Europea. E se oggi questa entità sovranazionale tanto discussa viene spesso considerata come un qualcosa di scontato, il suo processo di costituzione ha “tergiversato” notevolmente nel corso degli anni.  Soprattutto per via delle posizioni assunte, di volta in volta, dai singoli Stati europei coinvolti.

La CEE (Comunità economica europea) nacque infatti principalmente per necessità di tipo economico-politico, con l’obiettivo di istituire un’area di Stati federati che potessero collaborare nel rispetto delle proprie identità nazionali e soprattutto senza che nessuno di questi potesse prevalere sugli altri. L’esempio della Germania nazista, dell’Italia fascista e dei diversi sistemi autoritari d’Europa avevano infatti frammentato  il territorio europeo, e di conseguenza l’obiettivo era proprio quello di formare un’area di carattere democratico che potesse far convivere pacificamente i nuovi Stati democratici europei dopo la seconda guerra mondiale.

Tutto ciò, però, non è stato assolutamente semplice e condiviso, e i tentativi falliti prima di questa data sono innumerevoli, sintomo di posizioni politiche differenti e soprattutto di obiettivi tutt’altro che comuni. Le difficoltà che i leader europei del tempo dovettero affrontare sono, del resto, una testimonianza del perché un grande Paese del vecchio continente come il Regno Unito avesse aderito alla CEE soltanto nel 1973.

Si parlava di “necessità” che hanno portato alla creazione di uno spazio europeo economico comune. Esigenza, che si mostrò accentuata negli anni 70 per far fronte alla prima grande crisi del dollaro (shock petrolifero) e ai conflitti in Medio Oriente che destabilizzarono l’economia, in modo tale da portare avanti una politica il più possibile comunitaria.

A loro volta, i crescenti vincoli e criteri economico-finanziari formalizzati, di fatto, con il Trattato di Maastricht nel 1993 e successivamente nel 2009 con il Trattato di Lisbona hanno imposto a tutti i Governi della Comunità europea il rispetto progressivo di alcuni punti fissati negli accordi sottoscritti dai vari leader politici e ratificati dai Parlamenti nazionali. Come, ad esempio, la progressiva diminuzione dei debiti pubblici nazionali, la riduzione del deficit, così come dell’inflazione e dei tassi di interesse. Tutti criteri necessari per poter accedere a quella che qualche anno più tardi sarebbe stata l’Eurozona, ovvero l’area dei Paesi aderenti all’euro.

L’adozione di una moneta unica ha comportato un abbandono della sovranità monetaria da parte degli Stati aderenti (impossibilità di stampare una propria valuta), e sempre maggiori difficoltà nella politica fiscale (ancora in mano ai Governi nazionali, i quali devono fare i conti con le stringenti norme europee).

Con la crisi mondiale scoppiata nel 2007 le ripercussioni economiche sono state accentuate nei Paesi dell’Europa più vulnerabili a livello economico, soprattutto quelli dell’area mediterranea (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna) che negli anni hanno registrato crescenti malcontenti presso una parte significativa dell’opinione pubblica, con la nascita di numerosi movimenti politici euroscettici e antieuropeisti. Oggi, l’Europa fa i conti con radicalismi ed estremismi politici che minacciano da vicino il modello di comunità creato nel secolo scorso.

Gli accordi sulla libera circolazione delle persone nel territorio europeo (Trattato di Schengen entrato in vigore nel 1995) sono stati, inoltre, messi in discussione dai movimenti più critici che, davanti al crescente timore terroristico degli ultimi anni, hanno più volte proposto la sospensione se non addirittura la cancellazione delle intese. Nel primo caso il “risultato” è stato raggiunto:  Austria, Germania, Francia, Svezia e Danimarca sono tutte nazioni che possono effettuare controlli alle frontiere per limitare i flussi migratori.

Insomma, è ormai un fatto che l’idea di un’Europa unita, democratica, cosmopolita, come pensata dai padri fondatori di quel nucleo datato 1957, rischia di cadere sotto le spinte del vento antieuropeista. Le responsabilità di questa fragilità sono molteplici, e sarebbe ingiusto attribuirle specificatamente a soggetti precisi. Probabilmente, il modello creato nel corso degli ultimi trent’anni non si è rivelato, nella realtà, sufficientemente attrezzato (in particolar modo sui grandi temi sociali) per concretizzare il sogno di un’Europa effettivamente coesa, all’indomani della tragedia delle guerre mondiali.